MARISA

 

 
A due giorni dal funerale, Marisa aveva ricevuto la visita della figlia di Ennio che con gentilezza ipocrita l’aveva invitata a lasciare l’appartamento in cui aveva vissuto per quindici anni con l’unico uomo che l’avesse amata. Amore ricambiato, intenso, finito in un mattino livido di novembre, all’imbocco del viottolo di campagna che Ennio percorreva ogni giorno col suo cane, un bastardino nero che accudiva come un figlio. Non vedendolo arrivare, Marisa gli era andata incontro: toccò a lei vederlo riverso sui rovi, occhi sbarrati e un filo di bava alla bocca. Ugo abbaiava ma più che un abbaio era un lamento, quasi presentisse cosa fosse successo. Un infarto. Ennio se n’era andato così, lasciandoli soli, senza un segnale, un saluto. Marisa era impietrita e la voce le usciva strozzata, un urlo straziante che si era sparso intorno attirando l’attenzione di alcuni vignaioli che stavano sistemando i filari. La figlia di Ennio era appena uscita e a Marisa erano rimaste impresse le sue ultime parole. «Ti do tempo tre mesi per trovare un’altra sistemazione», e ancora: «Immagino il tuo dolore ma ho bisogno di soldi e mi sono già rivolta a un’agenzia immobiliare perché si occupi della vendita.» Era la seconda volta che Marisa vedeva la figlia di Ennio: la prima, quando lui aveva deciso di cambiare l’automobile e le aveva regalato la sua, una piccola utilitaria semi nuova usata pochissimo. Quella volta si era precipitata, giusto il tempo di espletare le formalità per la consegna della macchina e ripartire velocemente..
Come oggi. Si era presentata da sola e aveva pronunciato poche, laconiche parole, corrosive e impietose.
Quando i suoi genitori si erano separati era stata affidata alla mamma, anche perché Ennio col suo lavoro di montatore era quasi sempre in trasferta. Erano iniziati allora i problemi tra loro, fino a quando, durante uno dei suoi tanti rientri dall’estero, la moglie gli disse che aveva un altro e voleva separarsi. Per Ennio fu un duro colpo: amava quella donna ruvida e strana ma dovette bere il calice amaro fino in fondo. Il giudice, visto il suo lavoro, affidò la bambina alla madre e anche se lui provvedeva regolarmente al suo mantenimento i loro rapporti divennero sempre più radi.
Marisa conobbe Ennio ai giardini pubblici e rimase colpita dallo sguardo di quell’uomo, dall’aspetto gradevole, che sembrava stesse conversando con i pesciolini rossi del piccolo stagno. «Buffola», diceva, «stai meglio qua, insieme ai tuoi compagni. Non vorrei che tu facessi un altro salto dalla boccia d’acqua e Ugo decidesse di fare un succulento bocconcino». Si avvicinò, era incuriosita da quel dialogo tenero e surreale insieme, e si sedette sulla panchina di fronte ad ascoltare. Ennio si sentì osservato, si girò di scatto e la guardò: aveva in mano il secchio di plastica con cui aveva riportato il pesciolino nel suo ambiente e sentì di doverle una spiegazione per il solo fatto che era lì e aveva seguito tutta la scena. Le raccontò la storia di Buffola, il piccolo pesciolino rosso, comprato alla fiera di Santa Caterina tre anni prima a sua figlia. Ora viveva solo, con il cane e il pesciolino ma dopo averlo visto guizzare fuori dall’acqua si era preoccupato per la sua sorte e preferiva saperlo in una vasca insieme ai suoi simili. Marisa ascoltava e annuiva e ci fu un momento in cui non si capì bene se si stesse soffiando il naso per il raffreddore o per un’improvvisa ondata di commozione. Ennio si sedette vicino a lei e Marisa sgombrò il posto da due gonfi sacchi di nylon contenenti biancheria sporca che, disse, portava a lavare a casa sua. Gli raccontò che lavorava come donna delle pulizie per un generale in pensione rimasto solo dopo la morte della moglie. Ennio le confessò che anche lui viveva solo in un appartamento dietro alla stazione e che la sua unica preoccupazione era il cane. Le disse che era separato, lei gli raccontò che aveva avuto tante storie e due convivenze ma in entrambi i casi era scappata a causa del carattere violento dei due uomini. Lui le raccontò del difficile rapporto con la figlia, lei che aveva dovuto lavorare sin da ragazzina perché proveniva da una famiglia di contadini, e nonostante avesse avuto un’infanzia gioiosa a contatto con la natura, dovette presto aiutare in casa, dar da mangiare alle galline, pulire il pollaio e anche la stalla. A scuola i compagni la prendevano in giro perché puzzava di letame e finite le medie, i suoi genitori la mandarono a servizio in città. Il primo lavoro glielo aveva procurato un avvocato che da quando si era sparsa la voce che a casa loro polli e conigli venivano alimentati con pastoni cucinati in casa, erano diventati un riferimento per chi viveva in città e amava i prodotti genuini. Marisa aveva sempre fatto la domestica nelle case dei ricchi, tranne quei due brevi periodi in cui aveva tentato di costruirsi una famiglia. Ora era ritornata al suo lavoro di sempre e alla solitudine delle due stanze in cui viveva. Parlava e lui la guardava, non aveva mai visto due occhi tanto azzurri in un viso segnato ma dai tratti sereni che inducevano alla confidenza. Le chiese di rivedersi, lei annuì e già quella sera Ennio portò con sé un pezzetto di quel cielo che l’aveva colpito. 
Andarono a convivere quasi subito, l’amore entrò nel deserto delle loro vite e fece il miracolo. Furono quindici anni d’amore inaspettato e felice. Ma ora Ennio non c’era più e lei non aveva più voglia più vivere. Girava per le stanze vuote cercando segni della sua presenza. Ugo, seppur vecchio, la seguiva dappertutto. In breve tempo trovò a poca distanza da dove abitava un bilocale al terzo piano di una palazzina decorosa da cui si sentivano i fischi dei treni che presto divennero un suono familiare. L’appartamento era arredato e lei aveva portato con sé poche cose tra cui il maglione che Ennio indossava quando era morto e che lei gli aveva fatto con le sue mani. Aveva ancora il suo profumo e quando le veniva voglia di piangere affondava il viso nella morbida lana. Faceva vita appartata e non si era mai chiesta chi abitasse nella palazzina. Si era solo domandata cosa fosse quel via vai continuo che di notte e di giorno animava le scale del condominio e che teneva in continuo allarme Ugo. Una sola volta aveva incrociato sul pianerottolo la sua dirimpettaia che dalle voci provenienti dall’appartamento aveva intuito fosse straniera e vivesse con un bambino. Era truccata vistosamente e nonostante fosse piuttosto grassa portava una striminzita minigonna  e un paio di stivaloni sopra il ginocchio. Il sorriso empatico strideva con l’abbigliamento volgare e quando la invitò a casa sua a bere qualcosa, non seppe dire di no. Due giorni dopo era davanti al caffè fumante che Ana le aveva preparato mentre il piccolo Mirko, seduto sul modesto divano della cucina, guardava la televisione abbracciato all’orsacchiotto di peluche. Ana era bosniaca e faceva la prostituta. Era venuta in Italia col bambino, a seguito di un matrimonio combinato con un vecchietto friulano che passò a miglior vita nel tempo di un’estate. Era povero in canna ma a lei rimase la cittadinanza italiana e la possibilità d’inventarsi una vita. Per un po’ di tempo aveva lavorato in qualche bar ma i turni erano massacranti e lei non era abituata a simili ritmi.  Preferiva stare con il suo bambino  e guadagnarsi da vivere facendo marchette.  Non si vergognava di raccontare a Marisa il mestiere che faceva, per lei era importante mantenere bene suo figlio e dargli tutto l’amore possibile. Le raccontò che quasi tutte le inquiline del condominio facevano le puttane e spesso portavano i clienti in casa ma lei aveva una sua morale e suo figlio non avrebbe mai dovuto sapere come si procurava i soldi per vivere, anche perché, a sei anni l’avrebbe  mandato a Mostar, dalla nonna, che l’avrebbe fatto studiare col denaro accantonato. Da Ana aveva conosciuto Draga, che abitava al piano di sotto e che teneva spesso Mirko quando Ana si assentava per “lavoro”.  Marisa era sconcertata ma non aveva mai  trovato così tanta umanità come in queste persone stropicciate dalla vita, che la società biasimava e rifiutava. La presero a benvolere e non passava giorno che non la chiamassero per offrirle una palacinka[1] o i cevapčići,[2] che cucinavano con orgoglio e nostalgia pensando al loro paese lontano.  Si era affezionata in particolare ad Ana che al di là della sua immagine esteriore dimostrava un cuore d’oro, intuendo da un semplice sguardo le pene che l’affliggevano. Anche Ana era riuscita, nel suo italiano storpiato, a parlare di sé e della sua difficile vita. In Patria non era riuscita né a sposarsi, né a trovare un lavoro che le permettesse di rendersi autonoma. Quando rimase incinta di Mirko, il padre non si fece più vedere e lei, che non poteva gravare sulla sua numerosa famiglia, pensò di tentare la sorte in Italia,  finendo,  nel giro di qualche mese  sulla strada  che paradossalmente era diventata  il  provvidenziale sostentamento per lei e suo figlio. Ana non aveva la macchina e quando andava al lavoro generalmente chiamava un taxi che la portasse in prossimità della stazione,  sempre al solito posto,  da cui poi si allontanava col cliente di turno. Non stava mai fuori casa più di tre o quattro ore. Per lei era importante guadagnare quel tanto che le permettesse di  vivere e veder ingrossare il gruzzolo per suo figlio.Da come si acconciava, era impossibile non capire dove andasse, perché a parte il trucco pesante, la tradiva l’abbigliamento: pantacollant, minigonne, shorts multicolori trattenevano a stento tutta quella carne e le camicette aderenti sembravano dovessero scoppiare da un momento all’altro.  La cosa curiosa era una fascia nera attaccata alla manica del cappotto.  Tito era morto da diversi anni ma lei portava ancora il segno del lutto. Marisa si stava abituando a quell’atmosfera scombinata che aveva ridato finalmente un senso alle sue giornate vuote e senza calore.  Da quando poi si era resa disponibile ad accudire Mirko durante le assenze della mamma stava sperimentando il ruolo di nonna, pur non essendo mai stata mamma. Mirko era adorabile, e lei si ritrovava a giocare con lui riscoprendo una gioia che le mancava da troppo tempo. Guardandolo disegnare, con il pennarello nelle minuscole manine, si sentiva travolta dalla commozione. Aveva addirittura comprato dei libricini di filastrocche in friulano che lui, aveva memorizzato con intelligenza infantile.

Nanà nanà pipin to mari a mulin to pari a sea il frutin a fa nanà. La gialina a fat il coc su la puarta dal pitoc, il pitoc al salta four la gialina ai cor davour.[3]

Questa gli piaceva più di tutte e lei lo sentiva attraverso le pareti sottili dell’appartamento mentre la recitava con vocina squillante a sua mamma. Una mattina suonarono alla porta e Marisa si trovò davanti due carabinieri che volevano sapere se conoscesse Ana. Non le chiesero altro ma lei intuì che doveva essere successo qualcosa di grave. Ripresasi dallo shock pensò a Mirko, bussò alla porta ma non c’era nessuno. Scese da Draga; il bambino era con lei e stava dormendo. Si abbracciarono piangendo cercando di capire cosa fosse accaduto. Le voci si rincorsero da un appartamento all’altro finché vennero a sapere che Ana era stata investita da un’automobile mentre attraversava la strada. Lo stesso giorno arrivarono da Mostar due fratelli di Ana per occuparsi del piccolo Mirko e del trasferimento della salma.  Mirko era elettrizzato quando andò a salutarla. Stava andando dalla nonna con gli zii, disse, e sua mamma sarebbe arrivata dopo,  come quando giocavano a nascondino e lei compariva all’improvviso. Marisa lo tenne stretto al cuore mentre pensava alla solitudine che l’aspettava.


[1] Dolce tipico dell'area mitteleuropea, simile alla crêpe francese, ma priva del burro, la sua composizione è a base di farina, uova, latte e zucchero.

[2] Cibo bosniaco a base di carne trita, variamente speziata, tipico della cucina dei paesi della penisola balcanica. 

[3] Dormi dormi piccino tua mamma al mulino, tuo papà a falciare, il piccolino a far la nanna. La gallina ha fatto l ‘uovo sulla porta del mendicante, il mendicante è uscito, la gallina gli corre dietro.


Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale.

Notte indimenticabile

 

Nevicava già da alcune ore e io e mia sorella, incollate alla finestra, guardavamo il fine volteggiare con aria corrucciata. E dire che l’avevamo attesa, alcuni giorni prima una spruzzata veloce ci aveva illuse, ma finì lì. 
Il giorno di San Silvestro, a poche ore dalla notte che ci avrebbe traghettato nel nuovo anno, una forte nevicata stava mandando in frantumi il sogno tanto atteso. 
Eravamo riuscite a strappare il consenso della prima serata fuori casa e già pregustavamo il ballo, l’arrivo della mezzanotte e spingendoci più il là il ritorno a casa all’alba, ma la neve aveva ormai già coperto il selciato e scendeva copiosa. Il patto era che ci accompagnasse mio padre e scrutavamo il suo volto nel timore che da un momento all’altro ci dicesse che non se ne faceva niente visto come si stavano mettendo le cose. 
Al lago, dove eravamo dirette, si ballava con musica dal vivo ed erano giorni che eravamo elettrizzate all’idea della nostra prima uscita serale. 
Avevamo svuotato tutto l’armadio alla ricerca dell’abito giusto, l’accessorio, le scarpe. Alla fine avevamo scelto due vestitini leggeri che mettevano in risalto le nostre forme ancora acerbe e li avevamo accostati alle scarpette di vernice nera che ci sembravano ideali per quella occasione.
I due abiti di chiffon, il mio color albicocca, l’altro ciclamino, giacevano informi sul letto, pronti per essere indossati, e sembrava che pure loro soffrissero di quella estenuante attesa.
Alla fine mio padre disse di prepararci. La macchina aveva le gomme antineve e in fondo il posto non era molto lontano anche se per arrivarci avremmo dovuto affrontare curve e salite.
Dopo il sì, fu tutto un entrare e uscire dal bagno, infilare i vestiti, guardarci allo specchio, stendere ombretto e rossetto...un filo di cipria. Nel pettinarci, azzardammo chignon in alto, in basso inserimmo forcine da tutte le parti ma alla fine preferimmo che i capelli seguissero la loro onda naturale e dopo aver messo scarpe, cappotto e sciarpa uscimmo per la grande avventura.
Già scendere le scale fu un problema. Le calzature non erano certo le più adatte ad affrontare i gradini scivolosi ma niente poteva fermarci.
Continuava a nevicare e mio padre tutto concentrato alla guida andava pianissimo evitando di frenare bruscamente. Sulla strada pianeggiante la macchina procedeva sui solchi di chi ci aveva preceduto ed eravamo incantate a vedere il mulinello di neve che si accumulava sui vetri restringendo la visuale. Ad un tratto, dopo una curva impegnativa, a mio padre sfuggì il controllo del volante e la macchina cominciò a slittare. Sembrava danzasse, spostandosi ora a destra ora a sinistra finché uscì dalla carreggiata ed affondò di fianco in una lieve scarpata, bloccandosi di colpo. Eravamo in prossimità del paese ed i lampioni emanavano una luce fioca che ci permetteva di vedere appena. 
«Papà tutto bene?» Dicemmo aspettando, prima di preoccuparci o meno, la sua reazione. Che non arrivò ma intanto era uscito dalla macchina, anche lui con scarpe inadatte e mentre affondava nella neve lo vedevamo sbracciarsi per fermare una delle macchine in transito. Non passò molto ma da un’auto stipata all’inverosimile uscirono quattro giovanotti che l’aiutarono a mettere le catene da neve e a spingere la macchina verso la strada. La scena che ci vide uscire dall’abitacolo in cappottino e scarpette nere fu di quelle che non si dimenticano. Infreddolite, ridicolmente fuori luogo, per non appesantire il mezzo ci stavamo inerpicando sul lieve pendio.
La tentazione era di tornare a casa, metterci in pigiama e ciabatte e imprecare contro la malasorte ma i ragazzi, pure loro bagnati e intirizziti, scrollandosi la neve di dosso con le mani arrossate, ci stavano guardando e ridevano mentre ci aiutavano a salire. Sentivamo la neve penetrare in ogni dove mentre soffici batuffoli continuavano a scendere in una luce irreale.
Scaldandoci le mani con il fiato della bocca, sentivamo allentare la tensione e una volta in macchina era già tornato il sorriso. 
Avevamo rischiato l’assideramento ma ci aspettava una notte con i fiocchi.