Presentazione "Anime Intrecciate"

Loretta, scrivendo queste poesie, non poteva immaginare che stava investigando anche su di me, anche su tutti  coloro che hanno il desiderio di entrare nei meandri dell’animo umano, per tentare di comprenderlo e di trovare attimi di pausa tra le intemperie.

 

Un lavoro poetico che ambisca ad essere annoverato nell’ambito della letteratura, deve avere questa chiave di lettura, questo “passepartout” per mezzo del quale ogni lettore possa esclamare: “Ma in quello ho visto riprodotte le stanze più segrete della mia casa, in quello ho trovato ciò che avrei dovuto trovare io, se appena in esse avessi avuto il coraggio di girovagare”.

 

Gli eventi, i personaggi, gli scenari sono, ovviamente,  inscritti nella esperienza unica dell’autrice e ne costituiscono l’originalità della trama, ma i fili della vita, che appartengono a tutti noi, sono immersi nel

 tessuto in modo talmente compatto e intricato che è difficile sfilarli per riconoscerne le specifiche qualità e caratteristiche. È questa l’abilità della poesia o del racconto: saper individuare e comunicare il sostrato comune, la fibra costitutiva dei nostri comportamenti, della nostra essenza.

Siamo fatti di tanti fili e il nostro tessuto esperienziale è vasto, variegato, cangiante: così ci accade di scoprire qualcosa di noi, magari inaspettato, ogni volta che leggiamo (o vediamo, o ascoltiamo) l’opera di un autore che sia riuscito nell’impresa di sondare l’animo dell’uomo.

 

Fatta questa premessa, permettetemi di procedere all’analisi del libro.

 

Dico innanzitutto che, leggendolo, ho cercato di rintracciare i temi che più sono presenti e che più hanno colpito la mia attenzione, prima di procedere all’analisi stilistica. Ma non ho la presunzione di averli individuati e sceverati tutti.

Comunque, eccoli.

Il viaggio (a me piacerebbero i termini “viandanza” ed “erranza” , perché questi  non presuppongono, al termine del cammino, una meta precisa ma la curiosità sveglia ad ogni passo e la pronta disponibilità alla deviazione dal sentiero principale se così essa detta) che si prospetta come una metafora dell’esistenza  e come un percorso di ansioso arricchimento, esperienza per sua natura multiforme, imperfetta, incompleta, ma sempre volta verso la curiosità, il divenire, il nuovo e, non sembri un controsenso, verso il ricordo. Il viaggio nei diversi mondi – esterno ed interno, vicino e lontano, passato e futuro – è fonte di stupore e di meravigliata attenzione per tutto ciò che accade o che è accaduto e che si riflette in un movimento dell’animo, anche per le cose apparentemente umili, quotidiane.

E poiché la vita non è cosa semplice come attraversare un campo, ecco che la complessità e  la multiformità delle sensazioni si riflettono nei versi: “in questo continuo errare,/ ogni tanto/ la mia anima trova pace”.

Ma, poi, occorre riprendere il viaggio che ogni volta si fa più faticoso, più intenso e ansioso  spesso diventando sconfortato, disilluso perché approda nella vanità del nulla.  Nel viaggio, arriva Il giorno destinato a portare nuove scoperte, fatte talvolta di spine, talaltra di scoppi di felicità. Non a caso l’autrice utilizza la parola “scoppi” perché vuole denotare, nella coerenza delle alternanti sensazioni di benessere/malessere, l’inaspettata, imprevista esplosione della gioia prima compressa in un bozzolo assediato dalla fatica e dal dolore.  E il ciclo è pronto a ripetersi, paventando la gioia,  anch’essa sempre provvisoria, la propria disfatta. Scoperte da accettare e da comprendere perché si accetta la complessità della vita (“Sempre in bilico tra ideale e reale, vivo le mille contraddizioni della vita”).

Il viaggio serpeggia anche nei territori della memoria per ritrovare tracce di volti e accadimenti e questa ricerca è necessaria e urgente per dare un senso al presente (“Gocce di memoria / zampillano nella mia mente”)   anche correndo il rischio di perdersi, dopo tanto vagare (“mi sono persa / fiore mai nato”) o di scoprire  di “non aver mai salito le scale” pronte, un tempo, per ascendere al piano della propria compiuta realizzazione.

Allora, per prendere riposo nel mezzo di questa erranza,  occorre cercare ed accogliere la gioia del momento nel contatto (oserei dire nell’immersione) con le semplici manifestazioni naturali come per un ritorno alla autenticità, all’essenzialità delle relazioni (“nel formicolio di una farfalla / sulle dita / evanescente, come il pensiero, / che nel cercare/ sfuma / e si frantuma / in un battito d’ali.”) (“tra un lambir di onde / partecipo all’immutabile rito / del tramonto del sole. / Mi lascio cullare / e avvolgere dall’acqua / e nel suo abbraccio / trovo il conforto che cerco”)

Le persone care. Nel viaggio della memoria, un tratto di strada decisivo è occupato dal ricordo, spaziato nel tempo, delle persone care. La memoria è una sorgente che, zampillando dal passato, porta ristoro nel presente cosicché, tutte le manifestazioni della vita, che potrebbero apparire insulse nei tormentati affanni del giorno se private della dimensione del ricordo, ritrovano significato e pregnanza, diventano guida alla comprensione e all’azione. Il tempo, allora, non è più un anonimo e indifferente scorrere di attimi, ma si colora di una individuale e appassionata visione del mondo. Così nel ricordo si precisa il percorso formativo della sua infanzia.  Accadono in questo percorso fatti determinanti, si modellano matrici di emozioni e si formano criteri di interpretazione della realtà e  che restano fissi nella memoria e che continuamente influenzano, nonostante l’apparente assopimento dei ricordi, tutta la sua vita.  (“È mia madre / che consola / le mie lacrime infantili, / poi io / china sul suo letto / bagnato dal mio pianto … / e mentre la mia mano / scivola sul suo viso / a fatica lei la prende / nel suo ultimo sorriso”)

La madre che, accarezzandola nel suo capo biondo, la consolava  nei momenti dei gravi dolori infantili e la faceva tornare al sorriso, ora si vede restituita dalla figlia la medesima carezza che, all’ultimo giorno, le dona l’ultimo sorriso: perfetta circolarità dei sentimenti; ritorno alla chiarità della sorgente, all’identità autentica ed eterna dell’essere.

Così, la figura paterna rimane salda nelle dimensioni proprie ed esatte che hanno modellato la di lei privata visione del mondo, il ruolo nella vita, l’inquietudine dell’animo che guida con energia  ed impeto emotivo la ricerca di un diverso approccio alle esperienze, ai sentimenti e alle relazioni.

 “Su, su, più su / le ho viste lì papà, / sotto quel cespuglio … / corriamo là in alto e poi “Seduti sull’erba / umida /spicchi di sole tra i rami / del fitto bosco / le nostre bocche tradivano / la consumata delizia”.

È nascosta sotto un cespuglio, bisogna salire, andiamo, andiamo, ci aspetta una delizia e la gusteremo seduti sull’erba.

Quel ricordo diventa, nella ricostruzione della mente, la matrice della ricerca e della scoperta grazie all’impulso  dell’affetto e della condivisione, l’attimo della provvisoria, tuttavia appagante conquista. Una matrice mentale foriera di altri attimi, di altre innumerevoli ricerche e conquiste nel viaggio della vita.

 

Nello scrigno della sua memoria  si sono accumulate altre matrici formative. La calma voce del nonno che allontana “i fantasmi della notte”  e la sua mano teneramente appoggiata sui riccioli di lei in attesa della venuta del sonno ristoratore sono i medesimi segni che lei dedica al figlio per ristorarne  l’ “inquietudine invisibile” : un filo lei dipana dai ricordi per tessere le relazioni affettive, e su queste fonda  il dolce riposo che sbiadisce  i momenti di afflizione e prepara “il nuovo giorno”.

 

L’amore  I caratteri distintivi che si sono sedimentati negli anni formativi  – la memoria, l’inquietudine, la ricerca, l’attesa, la ricorrente provvisorietà del benessere conquistato, l’intensità del sentimento –  influenzano la sua concezione dell’amore. È nel chiaroscuro che prende forma il sentimento amoroso, districandosi dalle innumerevoli ambiguità delle esperienze, dettate dai vari contesti relazionali, dalla propria ingenuità emozionale, dalle false interpretazioni dei messaggi altrui. Se affannosamente lo cerchi, allora può accadere che tu imprima in un qualche volto che incontri la tua immagine mentale dell’amore, oppure che attribuisci a quel nome significati spuri e ingannevoli. Ma se ti lasci andare, allora lui viene a cercarti e ti trova. (“Tu credi di incontrare l’amore, / in realtà è l’amore che incontra te/ …. / Spesso siamo convinti sia amore, / … / frutto dei nostri desideri mancati / … / ma quando arriva, se arriva / lo riconosci”)  come “il sole all’improvviso” / … /”. Poi arriva “lo sconosciuto” a rubarla, e la scena si fa luminosa, l’amore le regala il sorriso, apre il cuore al tumulto, scioglie gli affanni.  Ora la visione del mondo diventa panica, dato che l’entusiasmo del sentimento amoroso, ormai definito e sicuro, colora di sé ogni esperienza. La felicità si impossessa di lei, disseminando i suoi segni nei sobbalzi del cuore, nel “volto illuminato dal sorriso”, nell’incontenibile gioia cha “annulla la coscienza”. Stabilita la relazione, va alla ricerca dell’autenticità, dell’intensità del sentimento, penetrando oltre le apparenze, oltre le parole, e una volta confortata dalla sua esistenza nello specchio  dei suoi occhi si apre “l’infinito mare” della gioia.  

Ma quando arrivano le ombre e il gelo e il sobbalzo del cuore diventa ansia o delusione, allora la memoria d’amore accumulata nei momenti della gioia incontenibile si fa viva per ricostruirlo intenso com’era (“E fu amore vero, unico, violento / tenero, possessivo, assoluto fragile / …. Non resse / ai rigori dell’inverno / il gelo avvolse l’anima. / Ma oggi … / è di nuovo primavera!”)

 

L’ambivalenza:  è l’autrice stessa che esplicitamente si riconosce denotata dall’ambivalenza quando paragona i moti del suo animo a un ruscello che limpido scorre o alla massa d’ombra che impedisce ai raggi del sole di penetrare  fino a terra.  “Chi sono io / frantumata in mille / pensieri, / identità, paure? Sono il dolce declivio / … / o il sentiero rozzo e aspro / che sto calpestando?”  L’introspezione viene condotta senza infingimenti, con una sincerità priva d’ombre, a volte spietata.  Ammette,  riconosce la complessità e la varietà delle esperienze. Nel medesimo tempo , avverte la risonanza puntuale e articolata di ognuna di esse nell’anima trasognata  e nella mente  che, vigile, analizza e razionalizza. In molti componimenti  si trovano le tracce a sostegno di questa interpretazione (“Nel mio sguardo tutto e niente / il tutto che va oltre l’orizzonte / … / il niente nel mio corpo / stanco …”   “Vorrei essere leggera / e librarmi nel cielo / … / ma non ho ali”); “Vedo una luce, / la seguo / …/ la raggiungo / è già buio;  “Mi allungo a sfiorare i desideri / … / il mattino / impietoso / mi coglie nella delusa attesa”. “La calma di ieri / è scivolata subdola / in inquietudine improvvisa”.

Il manifesto di questo modello interpretativo è esplicitamente declamato nelle poesie “Il  tempo”, e “La strada”. Nella prima, la gioia (anzi, l’“urlo di gioia” e lo “spicchio di felicità” che altrove diventano “scoppi di felicità”, e la precisione lessicale è volta a denotare icasticamente la provvisorietà, l’estemporaneità, l’aleatorietà e l’angustia temporale dell’esperienza ), l’attesa e la speranza, la felicità e la sofferenza si intrecciano nella medesima unità di tempo, nel cui scorrere rapido e mutevole è impossibile distinguere l’una sensazione dalla sua opposta, come il passaggio e la dissolvenza di nuvole veloci nella chiarità del cielo o, all’opposto, un apparire fugace del disco del sole nel cielo nero annuvolato. Una sensazione scivola nella sua opposta, la speranza nella delusione, la delusione pronta a scomparire davanti a un sorriso aperto e sincero .

Nella seconda, la medesima “strada grigia e polverosa” è percorsa in bicicletta da una bambina sognante che “vento nei capelli / assapora il gusto della vita” e, passati gli anni, venuto il temporale, viene percorsa da “quella bambina / svanita nel tempo, / solchi profondi/ dentro il cuore / e lungo il viso”.

 

La Donna e la Madre: la donna è l’essere capace di annullarsi per il benessere del figlio nato dal dolore, che dispensa gratuitamente l’amore nonostante la secolare amputazione del suo ruolo, nonostante la protervia e la violenza dell’uomo che, obbedendo al suo istinto muscolare, la sottomette  alla sua  volontà.

È la madre che ai suoi figli sa dare conforto e protezione, che li guida con delicata vigilanza sulle strade del giorno, tenendosi in disparte, che asciuga le lacrime, che protegge con discrezione, che si immedesima nel dolore, che vive  innanzitutto per l’altro di sé, prima che per sé stessa, che percepisce per istinto  “l’inquietudine invisibile” del proprio figlio, ne individua la segreta fragilità e, nonostante il tempo trascorso e la maturità conseguita, rimane vicina a lui con la medesima intensità emotiva di allora, quando, smarrito a volte nell’ansia, cercava la dolce protezione della sua mano.

La donna è inetta a nascondere la sua fragilità eppure aperta alla condivisione (“dolce invito a comunicare”) portando di sé  il dono del sorriso, dei dolori e delle sconfitte, più sollecita a cercare l’amicizia che il dominio sull’altro.

 È una dimensione spirituale delineata dall’autrice nel suo valore ontologico e istintuale. E questa capacità di individuare il primigenio, l’essenziale, l’universale nella sfera dei sentimenti e delle emozioni, connessa alla tenerezza della relazione con l’altro, all’empatia e all’identificazione  con la persona investita dalla sofferenza o esaltata dalla gioia, è  la cifra distintiva  dell’essere femminile.

Io aggiungerei che questo spirito, che sommamente intride e caratterizza la donna, non è assente del tutto nell’uomo, per cui è possibile che nel tempo si assista al suo prevalere  in ogni ambito decisorio -  sociologico, ideologico, culturale ed economico. Io sono convinto che l’umanità si salverà solo a condizione che sappia acquisire il punto di vista, le priorità, l’azione dello spirito femminile.  La guerra, l’indigenza, la sopraffazione degli umili e dei figli non sono attributi associabili alla donna.

La storia (Memento, Campo): la tenerezza,la condivisione, l‘affannosa protezione della vita, l’empatia che appartengono allo spirito femminile fanno da tragico contrappunto ai luoghi della storia, a quelli in cui agiscono gli istinti della sopraffazione e della devastazione. Un repentino e inaspettato cambio di scena ci conduce dalla parola sommessa all’urlo disarticolato, da gesti gentili dell’amore  allo “squarcio e all’offesa”, dal racconto di un’umanità sofferente eppure aperta alla gioia all’”umanità sparita / divorata / tra ordini e torture / di progetti deliranti /”. Non poteva essere rappresentata  una dicotomia più drammatica di questa: un muro eretto fino allo zenit che divide i due mondi.  Le immagini (e le parole e i versi che le declamano) si capovolgono: il silenzio non più foriero di rinnovamento dell’animo, diventa “disperato”; il mare ha perso il suo profumo, non è più aperto all’abbraccio e al conforto, non è il liquido amniotico che culla una nuova  vita, non è l’amore che, accogliendoci nella sua gratuita vastità, avvolge e protegge,  ma la tomba di “corpi nudi /inutili fantocci”, il cui grido, prima di rattrappirsi, si consegna al mare colorandone di sé eternamente la voce; la neve, prima candida ed innocente, ora è sporcata dal fango “di scarponi sbrecciati / degli ultimi”, gli ultimi per i quali l’impatto con il  “filo spinato”  trasforma i passi affannosi, frenati e scomposti della fuga nel volo dello spirito, finalmente libero e alto.  

 Il verso si fa secco, tagliente, essenziale. Trasecolato di fronte alla vertiginosa efferatezza dell’uomo, rinuncia ad ogni orpello retorico perché sente l’urgenza di descrivere i fatti, questi fatti così circoscritti, nella loro ignobile verità.

E questa volta, l’”ambivalenza”, che abbiamo più volte richiamata come la cifra interpretativa dei moti personali dell’animo, si applica drammaticamente ai moti della storia, al destino dell’uomo in quanto specie.

 

La natura come specchio o come prolungamento dello stato d’animo

La medesima ambivalenza insita nella esperienza del viaggio, strettamente connessa all’intuizione e alla riflessione introspettiva, può essere rintracciata nello stilema poetico sulla Natura.

Il soffio che crea e muove la natura esteriore e i moti interiori dell’animo possiedono la medesima struttura spirituale. I sentimenti e le emozioni che agitano il suo cuore si specchiano nei moti, nei colori e nelle forme disseminate negli angoli della terra in cui lo sguardo dell’autrice si affissa. Lo sguardo a volte stupefatto dalla bellezza e dalla meravigliosa semplicità ed umiltà del vivente in un piccolo angolo della terra la induce a immergersi nell’”oblio dei sensi”, premessa di “una nuova vita” . Nell’azzurro vede il segno premonitore destinato a colorare, ad un tempo, il cielo e i suoi sogni  (“Gli occhi / nell’incanto del mattino / si posano intensi / su ogni cosa / … / indugiano su un ramo / fiori fragili / mossi / dal fruscio del vento / …/) ; (“Il cielo azzurro / … / lo tengo stretto / in un pugno / per azzurrare i miei sogni”).  A volte il suo sguardo abbraccia un orizzonte di una vastità indefinita oltre il visibile e il razionale,  che l’avvolge nella vertigine del mistero (“Davanti / al tuo infinito, / alla vastità / che l’occhio / non riesce a contenere / a quell’orizzonte che / non è la fine / ma solo un nuovo inizio / … / Mi dici solo / Ascolta! Guarda! / …”). Il mistero consente alla di lei intuizione poetica di penetrare un poco, come entrando da un pertugio, nei suoi segreti; consegna una parte di sé – ora la notte insondabile, ora la cangiante e multiforme vitalità del mare, ora la primavera con la varietà delle sue forme, ora la pioggia “forte e improvvisa”, ora l’arcobaleno “dai colori accecanti” – alla stupefatta comprensione dell’animo sensibile così da permetterle di percepire di essere parte del Tutto, di partecipare della forza che muove il macrocosmo. E nella scoperta e nella commossa accoglienza di questa dimensione – l’essere nel Tutto – lei trova il senso e la bellezza della propria esistenza, nonostante la ricorrente inquietudine.

Il paesaggio diventa  “persona” sollecita, che libera la mente dalle proprie ansie e, nello stesso tempo, sublima e nobilita i pensieri razionali ancorandoli alla leggera bellezza dei sogni a tal punto da prepararla ad affrontare con lievità e nuovo vigore l’affaccendamento del giorno.

A volte, invece, la Natura diventa lo specchio in cui si riflettono l’ansia e la problematica visione del mondo (“Nuvole sopra di me / nuvole dentro di me / … /” ),  il luogo – la notte - delle ombre in continua fuga, evanescenti e inquiete come il suo “animo grave”;  il cielo nel quale spaziano, compresenti, le “nuvole bianche” che, mentre si muovono verso una meta ignota, forse inesistente, si sfaldano, perdendo nel percorso il loro scopo, come un fiume che si estingue nel deserto,  e l’azzurro che, trionfando con la sua luce sulla terra e sull’anima, annuncia la “rigenerazione”.

Lo stilema poetico della Natura , dunque, si piega a diversi significati, comunque tutti associabili alla complessità emotiva, a quella che ho chiamato “ambivalenza” dell’esperienza sentimentale dell’autrice.

 

 

 La lirica

Qualche osservazione, adesso, sul genere poetico adottato dall’autrice.

Si tratta del genere lirico, senza dubbio, dato che prevalgono gli accenti affettivi, emotivi e sentimentali volti a esprimere uno stato d’animo. L’io profondo dichiara la sua esistenza raccontando di sé fragilità e ansie, sofferenze e felicità, rimpianti e attese, e, nell’incontro con l’altro, indaga anche sul mondo interiore di questi, cercandone i medesimi dati che sono persistenti e fondamento del suo essere persona, generativi delle sue relazioni , interpretativi dei fatti del mondo e del destino di sé e delle cose.

L’io profondo riconosce la sua limitatezza ma nello stesso tempo sente di far parte di un flusso di sensazioni e di riflessioni che l’accomuna con la coscienza altrui, con il flusso della natura e della vita tutta.

La poesia in generale, e più ancora il genere lirico è lo strumento espressivo più adeguato per esprimere quel complesso intricato di sensazioni e di riflessioni che alberga nel proprio mondo interiore.

Se questo rimane inespresso, genera una sorta di ansiosa incompletezza, e appena vede la luce nella coerenza organica della scrittura o in una relazione amicale, per un momento si traduce in riposo.

 

La parola poetica  non è fredda e oggettiva come quella che si usa nei trattati o nella corrispondenza burocratica. Essa evoca l’essenza dell’animo perché trascura e oltrepassa  l’immediatezza e il contingente; rivela significati e realtà primigenie. È portatrice sì di una definizione ma il suo senso si allarga e si piega a nuove dimensioni, immersa, com’è, nella musica e nelle immagini del verso, generate talvolta dalla rottura o dall’estensione delle regole sintattiche o dall’accostamento inusuale, eppure giustificato dal contesto creativo, con altre parole, fino a produrre, ad esempio, arditi ossimori o necessarie metafore.

 

Ho detto, dunque, che la poesia di Loretta è poesia lirica ma adesso aggiungerei che si tratta di lirica declinata al femminile.

La mia non vuole essere un’affermazione limitativa (attenzione!), ma la rivendicazione di un valore e  di una misura costitutivi di un punto di vista particolare che sa individuare nelle manifestazioni della natura, nei ricordi, nei progetti – insomma in ogni aspetto del mondo e della vita, personale e relazionale,  che cade per avventura  sotto il proprio  sguardo  e che si inscrive nella propria esperienza – sensibilità, dolcezza, fragilità, compostezza, delicatezza, apertura alla vita che appartengono (e sono un vanto) allo spirito femminile, dovunque questo aleggi.

 Prof. Raffaele Piccolini

 

 

Presentazione "Un'altra Luce"

Non ci avevo mai pensato, bisogna far tacere l’uomo che pronuncia la parola “libertà”, anche questa è Loretta Fusco, anche questa che ascolta il suono metallico delle voci e riproduce suoni, onomatopee e simbolismi.

Il suo stupore nasce dal fatto che la vita è impalpabile, magari accenni un quid, raccogli un fiore di primavera e tocchi la realtà con mano ma l’impalpabilità di fondo ti avvolge, è un mistero questa esistenza che ti accoglie di notte e di giorno, che ti rende complice e solidale in amicizia, in amore, che ti sorprende nella notte.

Loretta Fusco vive la lirica come diario della sua semplicità, la sua tristezza è serena, come la consapevolezza di donna  che le fa dire: “Preferisco un fiore ad una collana”.

Loretta Fusco odia i travestimenti e i tradimenti dei possibili Giuda che s’incontrano nel cammino di ogni giorno, il bacio insincero che rimanda al colore opaco dell’inverno piuttosto che al biancore di una stagione nuova.

Come tutti i poeti anch’ella vive notti di angoscia, di dolore, personale e indicibile, o collettivo e allora raccontabile,  anche se con grande, delicata compartecipazione.

Se un uomo piange in silenzio può sembrare ridicolo, come la donna vestita da pappagallo di cui parla Pirandello nel saggio sull’Umorismo. Essa può indurre all’ironia, ma se pensiamo al suo dramma, la superficie del dolore si addensa anche su di noi. E allora ecco l’uomo col cappello che piange il suo male di vivere perché forse si è rotto qualche cosa e ben si sa...è più facile distruggere che aggiustare.

La verità innesta crescita morale, la menzogna acceca anche l’innocenza. E allora celebriamo la letteratura, la parola, il pensiero e forse anche quegli artefici della poesia che hanno fatto, costruito, esaminato, una  parte del nostro mondo, Pierpaolo Pasolini, il poeta friulano, italiano-europeo. Ricordiamo anche lui e a lui ci raccordiamo se vogliamo essere poesia.

Prof. Vito Sutto

Teresa e Blanca

Prefazione

 Due donne, nate e vissute lontane l’una dall’altra, diverse per età e per esperienze, per lingua e per visione del mondo, si scoprono a poco a poco entrambe vittime di un destino di sofferenza eppure capaci di ribellarsi, ognuna a suo modo, l’una con l’aiuto dell’altra.

La sorte aveva stabilito per Teresa, in gioventù, l’attiva partecipazione alla Resistenza nelle montagne della Carnia per combattere  la feroce tracotanza dei Cosacchi e dei Tedeschi, insieme agli uomini, con la determinazione di un uomo, indifferente ai pregiudizi che l’avrebbero voluta, in quanto donna, rassegnata a subire, succube e inerme,  la feroce asprezza della guerra. Una donna ribelle alle convenzioni, tenace nel difendere il suo valore di persona a dispetto del suo genere, eppure delicata nei sentimenti, aperta all’amore, capace di tenersi soffocata nel grembo la sofferenza, mentre fervevano le azioni di guerra e quando i suoi esiti le mostravano accanto gli spasmi del dolore e della morte dei suoi commilitoni e dei suoi cari, al pari di lei custodi dell’umanità e della civiltà, così oltraggiate in quei tempi livorosi.

E Teresa, nella vecchiaia, era confinata in una carrozzella, debole nelle articolazioni e nell’apparato muscolare, impossibilitata a muoversi con l’agilità di una “libellula” come a quei tempi aveva sperimentato, eppure ancora forte nello sguardo  indagatore della realtà attuale, pronta al rimbrotto semmai avesse scorto offese alla libertà e alla dignità di ognuno, in quanto persona, ancora carica della formazione culturale che aveva assimilata in quei tempi, sulle montagne.

Ed era ancora capace, Teresa, di aprirsi per snodare i fili che da quei tragici eventi l’avevano condotta all’attuale deserto degli affetti e, ad un tempo, di accogliere nell’empatia il dolore altrui, nonostante gli acciacchi del corpo e la durezza dei ricordi.

Anche Blanca aveva dovuto combattere una sorta di “guerra” privata, ma non meno straziante, nel suo paese di origine. Una guerra che la tracotanza dei maschi padroni aveva dichiarato alla sua sensibilità generosa di donna, lasciandole strie di dolore sordo, inconsolabile nel grembo, nella mente e nel cuore, le sedi più intime della persona e destinate a spegnere la sua speranza in una vita felice o, perlomeno, serena.

Giunta in Italia, diventata badante di Teresa, consolata e rinfrancata dall’amore dolce, tenero, empatico, sollecito di Carlo, la sua vita sembrava avviata verso la luminosa normalità a cui ogni persona aspira, quand’ecco che si riapriva la “guerra” di genere condotta, di nuovo, da un nemico di genere, da un maschio feroce e tracotante.

Così  per Teresa si era riaperta la “Resistenza”. Come allora aveva combattuto per riscattare l’oltraggio della sua gente, nonostante la sua condizione di donna, nell’ultima fase della sua vita doveva riprendere “le armi”, nonostante la sua condizione minorata, per vincere l’oltraggio che un nemico subdolo, feroce, determinato, della medesima pasta dei nemici di un tempo, si accingeva a sferrare contro la dignità e l’integrità di Blanca. E ha vinto la sua battaglia, Teresa, come allora, liberando Blanca dall’oppressione e dalla violenza, per metterla nella condizione di spiegare, di aprire finalmente, con il suo Carlo, tutta la gioia creativa dell’innocenza e dell’amore.

Nel suo cimento di narratrice, Loretta non ha abbandonato i pilastri portanti della sua produzione poetica. Questa nuova modalità di scrittura le ha permesso di dare agio e tempo ai protagonisti del romanzo – Teresa, Blanca e, non ultimo, Carlo - di evolversi, mostrando il processo di formazione emotiva e sentimentale nei suoi gangli più riposti della dimensione privata - l’essenza primigenia della persona. Ma in questo processo evolutivo si riconoscono ancora quei pilastri che caratterizzano e definiscono Loretta come poetessa:  il moto dell’animo e la reattiva sensibilità ai fatti del mondo, l’empatia, la tenerezza, l’ascolto, la sollecitudine, che, ognuno con il proprio originale apporto, producono relazioni profonde e autentiche  tali da trasformare o, meglio, tali da far venire alla luce il lato caratteriale più puro delle persone coinvolte. Ma non ha taciuto, come in una parte non trascurabile della sua produzione poetica, il lato oscuro e feroce del mondo che si oppone e a cui Loretta fa fronte con la tenerezza la cui declinazione affida, questa volta nel romanzo, ai moti dell’animo e della mente, alle azioni e alle relazioni dei protagonisti.

E noi lettori siamo guidati a comprendere e a vivere da vicino la loro evoluzione grazie alle linee narrative che si svolgono sapientemente ora parallele, ora convergenti, ora intrecciate tra il presente e il passato.

In ultimo, voglio sottolineare un merito peculiare di Loretta, l’essere il suo romanzo scritto “al femminile”, che è tale  non solo perché incarna nei personaggi  e mette in azione i valori pregnanti associati allo spirito femminile – la sfera dei sentimenti e delle emozioni, l’empatia e la tenerezza della relazione con l’altro – ma anche perché rivendica il valore della donna, anch’essa depositaria  del diritto al rispetto e alla parità etica e giuridica, anch’essa in grado di segnare con il suo timbro, la storia pubblica e privata, la costruzione delle idee e dei sentimenti di uguaglianza, libertà, dignità, integrità del proprio tempo.

Raffaele Piccolini