Presentazione "Anime Intrecciate"

Loretta, scrivendo queste poesie, non poteva immaginare che stava investigando anche su di me, anche su tutti  coloro che hanno il desiderio di entrare nei meandri dell’animo umano, per tentare di comprenderlo e di trovare attimi di pausa tra le intemperie.

 

Un lavoro poetico che ambisca ad essere annoverato nell’ambito della letteratura, deve avere questa chiave di lettura, questo “passepartout” per mezzo del quale ogni lettore possa esclamare: “Ma in quello ho visto riprodotte le stanze più segrete della mia casa, in quello ho trovato ciò che avrei dovuto trovare io, se appena in esse avessi avuto il coraggio di girovagare”.

 

Gli eventi, i personaggi, gli scenari sono, ovviamente,  inscritti nella esperienza unica dell’autrice e ne costituiscono l’originalità della trama, ma i fili della vita, che appartengono a tutti noi, sono immersi nel

 tessuto in modo talmente compatto e intricato che è difficile sfilarli per riconoscerne le specifiche qualità e caratteristiche. È questa l’abilità della poesia o del racconto: saper individuare e comunicare il sostrato comune, la fibra costitutiva dei nostri comportamenti, della nostra essenza.

Siamo fatti di tanti fili e il nostro tessuto esperienziale è vasto, variegato, cangiante: così ci accade di scoprire qualcosa di noi, magari inaspettato, ogni volta che leggiamo (o vediamo, o ascoltiamo) l’opera di un autore che sia riuscito nell’impresa di sondare l’animo dell’uomo.

 

Fatta questa premessa, permettetemi di procedere all’analisi del libro.

 

Dico innanzitutto che, leggendolo, ho cercato di rintracciare i temi che più sono presenti e che più hanno colpito la mia attenzione, prima di procedere all’analisi stilistica. Ma non ho la presunzione di averli individuati e sceverati tutti.

Comunque, eccoli.

Il viaggio (a me piacerebbero i termini “viandanza” ed “erranza” , perché questi  non presuppongono, al termine del cammino, una meta precisa ma la curiosità sveglia ad ogni passo e la pronta disponibilità alla deviazione dal sentiero principale se così essa detta) che si prospetta come una metafora dell’esistenza  e come un percorso di ansioso arricchimento, esperienza per sua natura multiforme, imperfetta, incompleta, ma sempre volta verso la curiosità, il divenire, il nuovo e, non sembri un controsenso, verso il ricordo. Il viaggio nei diversi mondi – esterno ed interno, vicino e lontano, passato e futuro – è fonte di stupore e di meravigliata attenzione per tutto ciò che accade o che è accaduto e che si riflette in un movimento dell’animo, anche per le cose apparentemente umili, quotidiane.

E poiché la vita non è cosa semplice come attraversare un campo, ecco che la complessità e  la multiformità delle sensazioni si riflettono nei versi: “in questo continuo errare,/ ogni tanto/ la mia anima trova pace”.

Ma, poi, occorre riprendere il viaggio che ogni volta si fa più faticoso, più intenso e ansioso  spesso diventando sconfortato, disilluso perché approda nella vanità del nulla.  Nel viaggio, arriva Il giorno destinato a portare nuove scoperte, fatte talvolta di spine, talaltra di scoppi di felicità. Non a caso l’autrice utilizza la parola “scoppi” perché vuole denotare, nella coerenza delle alternanti sensazioni di benessere/malessere, l’inaspettata, imprevista esplosione della gioia prima compressa in un bozzolo assediato dalla fatica e dal dolore.  E il ciclo è pronto a ripetersi, paventando la gioia,  anch’essa sempre provvisoria, la propria disfatta. Scoperte da accettare e da comprendere perché si accetta la complessità della vita (“Sempre in bilico tra ideale e reale, vivo le mille contraddizioni della vita”).

Il viaggio serpeggia anche nei territori della memoria per ritrovare tracce di volti e accadimenti e questa ricerca è necessaria e urgente per dare un senso al presente (“Gocce di memoria / zampillano nella mia mente”)   anche correndo il rischio di perdersi, dopo tanto vagare (“mi sono persa / fiore mai nato”) o di scoprire  di “non aver mai salito le scale” pronte, un tempo, per ascendere al piano della propria compiuta realizzazione.

Allora, per prendere riposo nel mezzo di questa erranza,  occorre cercare ed accogliere la gioia del momento nel contatto (oserei dire nell’immersione) con le semplici manifestazioni naturali come per un ritorno alla autenticità, all’essenzialità delle relazioni (“nel formicolio di una farfalla / sulle dita / evanescente, come il pensiero, / che nel cercare/ sfuma / e si frantuma / in un battito d’ali.”) (“tra un lambir di onde / partecipo all’immutabile rito / del tramonto del sole. / Mi lascio cullare / e avvolgere dall’acqua / e nel suo abbraccio / trovo il conforto che cerco”)

Le persone care. Nel viaggio della memoria, un tratto di strada decisivo è occupato dal ricordo, spaziato nel tempo, delle persone care. La memoria è una sorgente che, zampillando dal passato, porta ristoro nel presente cosicché, tutte le manifestazioni della vita, che potrebbero apparire insulse nei tormentati affanni del giorno se private della dimensione del ricordo, ritrovano significato e pregnanza, diventano guida alla comprensione e all’azione. Il tempo, allora, non è più un anonimo e indifferente scorrere di attimi, ma si colora di una individuale e appassionata visione del mondo. Così nel ricordo si precisa il percorso formativo della sua infanzia.  Accadono in questo percorso fatti determinanti, si modellano matrici di emozioni e si formano criteri di interpretazione della realtà e  che restano fissi nella memoria e che continuamente influenzano, nonostante l’apparente assopimento dei ricordi, tutta la sua vita.  (“È mia madre / che consola / le mie lacrime infantili, / poi io / china sul suo letto / bagnato dal mio pianto … / e mentre la mia mano / scivola sul suo viso / a fatica lei la prende / nel suo ultimo sorriso”)

La madre che, accarezzandola nel suo capo biondo, la consolava  nei momenti dei gravi dolori infantili e la faceva tornare al sorriso, ora si vede restituita dalla figlia la medesima carezza che, all’ultimo giorno, le dona l’ultimo sorriso: perfetta circolarità dei sentimenti; ritorno alla chiarità della sorgente, all’identità autentica ed eterna dell’essere.

Così, la figura paterna rimane salda nelle dimensioni proprie ed esatte che hanno modellato la di lei privata visione del mondo, il ruolo nella vita, l’inquietudine dell’animo che guida con energia  ed impeto emotivo la ricerca di un diverso approccio alle esperienze, ai sentimenti e alle relazioni.

 “Su, su, più su / le ho viste lì papà, / sotto quel cespuglio … / corriamo là in alto e poi “Seduti sull’erba / umida /spicchi di sole tra i rami / del fitto bosco / le nostre bocche tradivano / la consumata delizia”.

È nascosta sotto un cespuglio, bisogna salire, andiamo, andiamo, ci aspetta una delizia e la gusteremo seduti sull’erba.

Quel ricordo diventa, nella ricostruzione della mente, la matrice della ricerca e della scoperta grazie all’impulso  dell’affetto e della condivisione, l’attimo della provvisoria, tuttavia appagante conquista. Una matrice mentale foriera di altri attimi, di altre innumerevoli ricerche e conquiste nel viaggio della vita.

 

Nello scrigno della sua memoria  si sono accumulate altre matrici formative. La calma voce del nonno che allontana “i fantasmi della notte”  e la sua mano teneramente appoggiata sui riccioli di lei in attesa della venuta del sonno ristoratore sono i medesimi segni che lei dedica al figlio per ristorarne  l’ “inquietudine invisibile” : un filo lei dipana dai ricordi per tessere le relazioni affettive, e su queste fonda  il dolce riposo che sbiadisce  i momenti di afflizione e prepara “il nuovo giorno”.

 

L’amore  I caratteri distintivi che si sono sedimentati negli anni formativi  – la memoria, l’inquietudine, la ricerca, l’attesa, la ricorrente provvisorietà del benessere conquistato, l’intensità del sentimento –  influenzano la sua concezione dell’amore. È nel chiaroscuro che prende forma il sentimento amoroso, districandosi dalle innumerevoli ambiguità delle esperienze, dettate dai vari contesti relazionali, dalla propria ingenuità emozionale, dalle false interpretazioni dei messaggi altrui. Se affannosamente lo cerchi, allora può accadere che tu imprima in un qualche volto che incontri la tua immagine mentale dell’amore, oppure che attribuisci a quel nome significati spuri e ingannevoli. Ma se ti lasci andare, allora lui viene a cercarti e ti trova. (“Tu credi di incontrare l’amore, / in realtà è l’amore che incontra te/ …. / Spesso siamo convinti sia amore, / … / frutto dei nostri desideri mancati / … / ma quando arriva, se arriva / lo riconosci”)  come “il sole all’improvviso” / … /”. Poi arriva “lo sconosciuto” a rubarla, e la scena si fa luminosa, l’amore le regala il sorriso, apre il cuore al tumulto, scioglie gli affanni.  Ora la visione del mondo diventa panica, dato che l’entusiasmo del sentimento amoroso, ormai definito e sicuro, colora di sé ogni esperienza. La felicità si impossessa di lei, disseminando i suoi segni nei sobbalzi del cuore, nel “volto illuminato dal sorriso”, nell’incontenibile gioia cha “annulla la coscienza”. Stabilita la relazione, va alla ricerca dell’autenticità, dell’intensità del sentimento, penetrando oltre le apparenze, oltre le parole, e una volta confortata dalla sua esistenza nello specchio  dei suoi occhi si apre “l’infinito mare” della gioia.  

Ma quando arrivano le ombre e il gelo e il sobbalzo del cuore diventa ansia o delusione, allora la memoria d’amore accumulata nei momenti della gioia incontenibile si fa viva per ricostruirlo intenso com’era (“E fu amore vero, unico, violento / tenero, possessivo, assoluto fragile / …. Non resse / ai rigori dell’inverno / il gelo avvolse l’anima. / Ma oggi … / è di nuovo primavera!”)

 

L’ambivalenza:  è l’autrice stessa che esplicitamente si riconosce denotata dall’ambivalenza quando paragona i moti del suo animo a un ruscello che limpido scorre o alla massa d’ombra che impedisce ai raggi del sole di penetrare  fino a terra.  “Chi sono io / frantumata in mille / pensieri, / identità, paure? Sono il dolce declivio / … / o il sentiero rozzo e aspro / che sto calpestando?”  L’introspezione viene condotta senza infingimenti, con una sincerità priva d’ombre, a volte spietata.  Ammette,  riconosce la complessità e la varietà delle esperienze. Nel medesimo tempo , avverte la risonanza puntuale e articolata di ognuna di esse nell’anima trasognata  e nella mente  che, vigile, analizza e razionalizza. In molti componimenti  si trovano le tracce a sostegno di questa interpretazione (“Nel mio sguardo tutto e niente / il tutto che va oltre l’orizzonte / … / il niente nel mio corpo / stanco …”   “Vorrei essere leggera / e librarmi nel cielo / … / ma non ho ali”); “Vedo una luce, / la seguo / …/ la raggiungo / è già buio;  “Mi allungo a sfiorare i desideri / … / il mattino / impietoso / mi coglie nella delusa attesa”. “La calma di ieri / è scivolata subdola / in inquietudine improvvisa”.

Il manifesto di questo modello interpretativo è esplicitamente declamato nelle poesie “Il  tempo”, e “La strada”. Nella prima, la gioia (anzi, l’“urlo di gioia” e lo “spicchio di felicità” che altrove diventano “scoppi di felicità”, e la precisione lessicale è volta a denotare icasticamente la provvisorietà, l’estemporaneità, l’aleatorietà e l’angustia temporale dell’esperienza ), l’attesa e la speranza, la felicità e la sofferenza si intrecciano nella medesima unità di tempo, nel cui scorrere rapido e mutevole è impossibile distinguere l’una sensazione dalla sua opposta, come il passaggio e la dissolvenza di nuvole veloci nella chiarità del cielo o, all’opposto, un apparire fugace del disco del sole nel cielo nero annuvolato. Una sensazione scivola nella sua opposta, la speranza nella delusione, la delusione pronta a scomparire davanti a un sorriso aperto e sincero .

Nella seconda, la medesima “strada grigia e polverosa” è percorsa in bicicletta da una bambina sognante che “vento nei capelli / assapora il gusto della vita” e, passati gli anni, venuto il temporale, viene percorsa da “quella bambina / svanita nel tempo, / solchi profondi/ dentro il cuore / e lungo il viso”.

 

La Donna e la Madre: la donna è l’essere capace di annullarsi per il benessere del figlio nato dal dolore, che dispensa gratuitamente l’amore nonostante la secolare amputazione del suo ruolo, nonostante la protervia e la violenza dell’uomo che, obbedendo al suo istinto muscolare, la sottomette  alla sua  volontà.

È la madre che ai suoi figli sa dare conforto e protezione, che li guida con delicata vigilanza sulle strade del giorno, tenendosi in disparte, che asciuga le lacrime, che protegge con discrezione, che si immedesima nel dolore, che vive  innanzitutto per l’altro di sé, prima che per sé stessa, che percepisce per istinto  “l’inquietudine invisibile” del proprio figlio, ne individua la segreta fragilità e, nonostante il tempo trascorso e la maturità conseguita, rimane vicina a lui con la medesima intensità emotiva di allora, quando, smarrito a volte nell’ansia, cercava la dolce protezione della sua mano.

La donna è inetta a nascondere la sua fragilità eppure aperta alla condivisione (“dolce invito a comunicare”) portando di sé  il dono del sorriso, dei dolori e delle sconfitte, più sollecita a cercare l’amicizia che il dominio sull’altro.

 È una dimensione spirituale delineata dall’autrice nel suo valore ontologico e istintuale. E questa capacità di individuare il primigenio, l’essenziale, l’universale nella sfera dei sentimenti e delle emozioni, connessa alla tenerezza della relazione con l’altro, all’empatia e all’identificazione  con la persona investita dalla sofferenza o esaltata dalla gioia, è  la cifra distintiva  dell’essere femminile.

Io aggiungerei che questo spirito, che sommamente intride e caratterizza la donna, non è assente del tutto nell’uomo, per cui è possibile che nel tempo si assista al suo prevalere  in ogni ambito decisorio -  sociologico, ideologico, culturale ed economico. Io sono convinto che l’umanità si salverà solo a condizione che sappia acquisire il punto di vista, le priorità, l’azione dello spirito femminile.  La guerra, l’indigenza, la sopraffazione degli umili e dei figli non sono attributi associabili alla donna.

La storia (Memento, Campo): la tenerezza,la condivisione, l‘affannosa protezione della vita, l’empatia che appartengono allo spirito femminile fanno da tragico contrappunto ai luoghi della storia, a quelli in cui agiscono gli istinti della sopraffazione e della devastazione. Un repentino e inaspettato cambio di scena ci conduce dalla parola sommessa all’urlo disarticolato, da gesti gentili dell’amore  allo “squarcio e all’offesa”, dal racconto di un’umanità sofferente eppure aperta alla gioia all’”umanità sparita / divorata / tra ordini e torture / di progetti deliranti /”. Non poteva essere rappresentata  una dicotomia più drammatica di questa: un muro eretto fino allo zenit che divide i due mondi.  Le immagini (e le parole e i versi che le declamano) si capovolgono: il silenzio non più foriero di rinnovamento dell’animo, diventa “disperato”; il mare ha perso il suo profumo, non è più aperto all’abbraccio e al conforto, non è il liquido amniotico che culla una nuova  vita, non è l’amore che, accogliendoci nella sua gratuita vastità, avvolge e protegge,  ma la tomba di “corpi nudi /inutili fantocci”, il cui grido, prima di rattrappirsi, si consegna al mare colorandone di sé eternamente la voce; la neve, prima candida ed innocente, ora è sporcata dal fango “di scarponi sbrecciati / degli ultimi”, gli ultimi per i quali l’impatto con il  “filo spinato”  trasforma i passi affannosi, frenati e scomposti della fuga nel volo dello spirito, finalmente libero e alto.  

 Il verso si fa secco, tagliente, essenziale. Trasecolato di fronte alla vertiginosa efferatezza dell’uomo, rinuncia ad ogni orpello retorico perché sente l’urgenza di descrivere i fatti, questi fatti così circoscritti, nella loro ignobile verità.

E questa volta, l’”ambivalenza”, che abbiamo più volte richiamata come la cifra interpretativa dei moti personali dell’animo, si applica drammaticamente ai moti della storia, al destino dell’uomo in quanto specie.

 

La natura come specchio o come prolungamento dello stato d’animo

La medesima ambivalenza insita nella esperienza del viaggio, strettamente connessa all’intuizione e alla riflessione introspettiva, può essere rintracciata nello stilema poetico sulla Natura.

Il soffio che crea e muove la natura esteriore e i moti interiori dell’animo possiedono la medesima struttura spirituale. I sentimenti e le emozioni che agitano il suo cuore si specchiano nei moti, nei colori e nelle forme disseminate negli angoli della terra in cui lo sguardo dell’autrice si affissa. Lo sguardo a volte stupefatto dalla bellezza e dalla meravigliosa semplicità ed umiltà del vivente in un piccolo angolo della terra la induce a immergersi nell’”oblio dei sensi”, premessa di “una nuova vita” . Nell’azzurro vede il segno premonitore destinato a colorare, ad un tempo, il cielo e i suoi sogni  (“Gli occhi / nell’incanto del mattino / si posano intensi / su ogni cosa / … / indugiano su un ramo / fiori fragili / mossi / dal fruscio del vento / …/) ; (“Il cielo azzurro / … / lo tengo stretto / in un pugno / per azzurrare i miei sogni”).  A volte il suo sguardo abbraccia un orizzonte di una vastità indefinita oltre il visibile e il razionale,  che l’avvolge nella vertigine del mistero (“Davanti / al tuo infinito, / alla vastità / che l’occhio / non riesce a contenere / a quell’orizzonte che / non è la fine / ma solo un nuovo inizio / … / Mi dici solo / Ascolta! Guarda! / …”). Il mistero consente alla di lei intuizione poetica di penetrare un poco, come entrando da un pertugio, nei suoi segreti; consegna una parte di sé – ora la notte insondabile, ora la cangiante e multiforme vitalità del mare, ora la primavera con la varietà delle sue forme, ora la pioggia “forte e improvvisa”, ora l’arcobaleno “dai colori accecanti” – alla stupefatta comprensione dell’animo sensibile così da permetterle di percepire di essere parte del Tutto, di partecipare della forza che muove il macrocosmo. E nella scoperta e nella commossa accoglienza di questa dimensione – l’essere nel Tutto – lei trova il senso e la bellezza della propria esistenza, nonostante la ricorrente inquietudine.

Il paesaggio diventa  “persona” sollecita, che libera la mente dalle proprie ansie e, nello stesso tempo, sublima e nobilita i pensieri razionali ancorandoli alla leggera bellezza dei sogni a tal punto da prepararla ad affrontare con lievità e nuovo vigore l’affaccendamento del giorno.

A volte, invece, la Natura diventa lo specchio in cui si riflettono l’ansia e la problematica visione del mondo (“Nuvole sopra di me / nuvole dentro di me / … /” ),  il luogo – la notte - delle ombre in continua fuga, evanescenti e inquiete come il suo “animo grave”;  il cielo nel quale spaziano, compresenti, le “nuvole bianche” che, mentre si muovono verso una meta ignota, forse inesistente, si sfaldano, perdendo nel percorso il loro scopo, come un fiume che si estingue nel deserto,  e l’azzurro che, trionfando con la sua luce sulla terra e sull’anima, annuncia la “rigenerazione”.

Lo stilema poetico della Natura , dunque, si piega a diversi significati, comunque tutti associabili alla complessità emotiva, a quella che ho chiamato “ambivalenza” dell’esperienza sentimentale dell’autrice.

 

 

 La lirica

Qualche osservazione, adesso, sul genere poetico adottato dall’autrice.

Si tratta del genere lirico, senza dubbio, dato che prevalgono gli accenti affettivi, emotivi e sentimentali volti a esprimere uno stato d’animo. L’io profondo dichiara la sua esistenza raccontando di sé fragilità e ansie, sofferenze e felicità, rimpianti e attese, e, nell’incontro con l’altro, indaga anche sul mondo interiore di questi, cercandone i medesimi dati che sono persistenti e fondamento del suo essere persona, generativi delle sue relazioni , interpretativi dei fatti del mondo e del destino di sé e delle cose.

L’io profondo riconosce la sua limitatezza ma nello stesso tempo sente di far parte di un flusso di sensazioni e di riflessioni che l’accomuna con la coscienza altrui, con il flusso della natura e della vita tutta.

La poesia in generale, e più ancora il genere lirico è lo strumento espressivo più adeguato per esprimere quel complesso intricato di sensazioni e di riflessioni che alberga nel proprio mondo interiore.

Se questo rimane inespresso, genera una sorta di ansiosa incompletezza, e appena vede la luce nella coerenza organica della scrittura o in una relazione amicale, per un momento si traduce in riposo.

 

La parola poetica  non è fredda e oggettiva come quella che si usa nei trattati o nella corrispondenza burocratica. Essa evoca l’essenza dell’animo perché trascura e oltrepassa  l’immediatezza e il contingente; rivela significati e realtà primigenie. È portatrice sì di una definizione ma il suo senso si allarga e si piega a nuove dimensioni, immersa, com’è, nella musica e nelle immagini del verso, generate talvolta dalla rottura o dall’estensione delle regole sintattiche o dall’accostamento inusuale, eppure giustificato dal contesto creativo, con altre parole, fino a produrre, ad esempio, arditi ossimori o necessarie metafore.

 

Ho detto, dunque, che la poesia di Loretta è poesia lirica ma adesso aggiungerei che si tratta di lirica declinata al femminile.

La mia non vuole essere un’affermazione limitativa (attenzione!), ma la rivendicazione di un valore e  di una misura costitutivi di un punto di vista particolare che sa individuare nelle manifestazioni della natura, nei ricordi, nei progetti – insomma in ogni aspetto del mondo e della vita, personale e relazionale,  che cade per avventura  sotto il proprio  sguardo  e che si inscrive nella propria esperienza – sensibilità, dolcezza, fragilità, compostezza, delicatezza, apertura alla vita che appartengono (e sono un vanto) allo spirito femminile, dovunque questo aleggi.

 Prof. Raffaele Piccolini

 

 

Presentazione "Un'altra Luce"

Non ci avevo mai pensato, bisogna far tacere l’uomo che pronuncia la parola “libertà”, anche questa è Loretta Fusco, anche questa che ascolta il suono metallico delle voci e riproduce suoni, onomatopee e simbolismi.

Il suo stupore nasce dal fatto che la vita è impalpabile, magari accenni un quid, raccogli un fiore di primavera e tocchi la realtà con mano ma l’impalpabilità di fondo ti avvolge, è un mistero questa esistenza che ti accoglie di notte e di giorno, che ti rende complice e solidale in amicizia, in amore, che ti sorprende nella notte.

Loretta Fusco vive la lirica come diario della sua semplicità, la sua tristezza è serena, come la consapevolezza di donna  che le fa dire: “Preferisco un fiore ad una collana”.

Loretta Fusco odia i travestimenti e i tradimenti dei possibili Giuda che s’incontrano nel cammino di ogni giorno, il bacio insincero che rimanda al colore opaco dell’inverno piuttosto che al biancore di una stagione nuova.

Come tutti i poeti anch’ella vive notti di angoscia, di dolore, personale e indicibile, o collettivo e allora raccontabile,  anche se con grande, delicata compartecipazione.

Se un uomo piange in silenzio può sembrare ridicolo, come la donna vestita da pappagallo di cui parla Pirandello nel saggio sull’Umorismo. Essa può indurre all’ironia, ma se pensiamo al suo dramma, la superficie del dolore si addensa anche su di noi. E allora ecco l’uomo col cappello che piange il suo male di vivere perché forse si è rotto qualche cosa e ben si sa...è più facile distruggere che aggiustare.

La verità innesta crescita morale, la menzogna acceca anche l’innocenza. E allora celebriamo la letteratura, la parola, il pensiero e forse anche quegli artefici della poesia che hanno fatto, costruito, esaminato, una  parte del nostro mondo, Pierpaolo Pasolini, il poeta friulano, italiano-europeo. Ricordiamo anche lui e a lui ci raccordiamo se vogliamo essere poesia.

Prof. Vito Sutto

Teresa e Blanca

Prefazione

 Due donne, nate e vissute lontane l’una dall’altra, diverse per età e per esperienze, per lingua e per visione del mondo, si scoprono a poco a poco entrambe vittime di un destino di sofferenza eppure capaci di ribellarsi, ognuna a suo modo, l’una con l’aiuto dell’altra.

La sorte aveva stabilito per Teresa, in gioventù, l’attiva partecipazione alla Resistenza nelle montagne della Carnia per combattere  la feroce tracotanza dei Cosacchi e dei Tedeschi, insieme agli uomini, con la determinazione di un uomo, indifferente ai pregiudizi che l’avrebbero voluta, in quanto donna, rassegnata a subire, succube e inerme,  la feroce asprezza della guerra. Una donna ribelle alle convenzioni, tenace nel difendere il suo valore di persona a dispetto del suo genere, eppure delicata nei sentimenti, aperta all’amore, capace di tenersi soffocata nel grembo la sofferenza, mentre fervevano le azioni di guerra e quando i suoi esiti le mostravano accanto gli spasmi del dolore e della morte dei suoi commilitoni e dei suoi cari, al pari di lei custodi dell’umanità e della civiltà, così oltraggiate in quei tempi livorosi.

E Teresa, nella vecchiaia, era confinata in una carrozzella, debole nelle articolazioni e nell’apparato muscolare, impossibilitata a muoversi con l’agilità di una “libellula” come a quei tempi aveva sperimentato, eppure ancora forte nello sguardo  indagatore della realtà attuale, pronta al rimbrotto semmai avesse scorto offese alla libertà e alla dignità di ognuno, in quanto persona, ancora carica della formazione culturale che aveva assimilata in quei tempi, sulle montagne.

Ed era ancora capace, Teresa, di aprirsi per snodare i fili che da quei tragici eventi l’avevano condotta all’attuale deserto degli affetti e, ad un tempo, di accogliere nell’empatia il dolore altrui, nonostante gli acciacchi del corpo e la durezza dei ricordi.

Anche Blanca aveva dovuto combattere una sorta di “guerra” privata, ma non meno straziante, nel suo paese di origine. Una guerra che la tracotanza dei maschi padroni aveva dichiarato alla sua sensibilità generosa di donna, lasciandole strie di dolore sordo, inconsolabile nel grembo, nella mente e nel cuore, le sedi più intime della persona e destinate a spegnere la sua speranza in una vita felice o, perlomeno, serena.

Giunta in Italia, diventata badante di Teresa, consolata e rinfrancata dall’amore dolce, tenero, empatico, sollecito di Carlo, la sua vita sembrava avviata verso la luminosa normalità a cui ogni persona aspira, quand’ecco che si riapriva la “guerra” di genere condotta, di nuovo, da un nemico di genere, da un maschio feroce e tracotante.

Così  per Teresa si era riaperta la “Resistenza”. Come allora aveva combattuto per riscattare l’oltraggio della sua gente, nonostante la sua condizione di donna, nell’ultima fase della sua vita doveva riprendere “le armi”, nonostante la sua condizione minorata, per vincere l’oltraggio che un nemico subdolo, feroce, determinato, della medesima pasta dei nemici di un tempo, si accingeva a sferrare contro la dignità e l’integrità di Blanca. E ha vinto la sua battaglia, Teresa, come allora, liberando Blanca dall’oppressione e dalla violenza, per metterla nella condizione di spiegare, di aprire finalmente, con il suo Carlo, tutta la gioia creativa dell’innocenza e dell’amore.

Nel suo cimento di narratrice, Loretta non ha abbandonato i pilastri portanti della sua produzione poetica. Questa nuova modalità di scrittura le ha permesso di dare agio e tempo ai protagonisti del romanzo – Teresa, Blanca e, non ultimo, Carlo - di evolversi, mostrando il processo di formazione emotiva e sentimentale nei suoi gangli più riposti della dimensione privata - l’essenza primigenia della persona. Ma in questo processo evolutivo si riconoscono ancora quei pilastri che caratterizzano e definiscono Loretta come poetessa:  il moto dell’animo e la reattiva sensibilità ai fatti del mondo, l’empatia, la tenerezza, l’ascolto, la sollecitudine, che, ognuno con il proprio originale apporto, producono relazioni profonde e autentiche  tali da trasformare o, meglio, tali da far venire alla luce il lato caratteriale più puro delle persone coinvolte. Ma non ha taciuto, come in una parte non trascurabile della sua produzione poetica, il lato oscuro e feroce del mondo che si oppone e a cui Loretta fa fronte con la tenerezza la cui declinazione affida, questa volta nel romanzo, ai moti dell’animo e della mente, alle azioni e alle relazioni dei protagonisti.

E noi lettori siamo guidati a comprendere e a vivere da vicino la loro evoluzione grazie alle linee narrative che si svolgono sapientemente ora parallele, ora convergenti, ora intrecciate tra il presente e il passato.

In ultimo, voglio sottolineare un merito peculiare di Loretta, l’essere il suo romanzo scritto “al femminile”, che è tale  non solo perché incarna nei personaggi  e mette in azione i valori pregnanti associati allo spirito femminile – la sfera dei sentimenti e delle emozioni, l’empatia e la tenerezza della relazione con l’altro – ma anche perché rivendica il valore della donna, anch’essa depositaria  del diritto al rispetto e alla parità etica e giuridica, anch’essa in grado di segnare con il suo timbro, la storia pubblica e privata, la costruzione delle idee e dei sentimenti di uguaglianza, libertà, dignità, integrità del proprio tempo.

Raffaele Piccolini

 

 

Recensione Messaggero di Udine del 14 ottobre 2018

L'Altrove Atteso

PREFAZIONE

 

 

 

 

 

flebile pianto

nel ventre della terra

 

La poetessa friulana Loretta Fusco, dopo il recente successo del romanzo al femminile teso a indagare la psicologia di due donne in apparenza diverse e in realtà così affini (Teresa e Blanca, 2018), consegna ai lettori una pubblicazione di poesie. Il libro, dalla struttura volutamente ripartita in varie sezioni, contiene le riflessioni dell’autrice sul mondo chiassoso d’oggi (le poesie civili), composizioni naturalistiche (in alcuni tratti sembrerebbero dei veri idilli), approfondimenti interiori (sorta di confessioni) e liriche appassionate dove i fili dell’amore e dei ricordi si coniugano in maniera inestricabile.

Attenzione va posta alla micro-silloge che apre la raccolta dedicata integralmente a “La bellezza della natura” nella quale, se da una parte si tessono gli elogi dell’universo ambientale nel quale ci troviamo collocati, dall’altra la Poetessa non è così miope nel descrivere una realtà fiabesca e incontaminata facendo intuire (o il “suggerire”, ingrediente speculativo del testo poetico, senza il “dire” che è consono alla narrativa) il pensiero verso situazioni di criticità e di deterioramento della natura. Loretta Fusco è chiaramente animata dal bello, come lo stesso titolo della micro-silloge detta, vale a dire a recepire dal contesto ambientale ciò che effettivamente – in maniera libera e secondo la sua ciclicità – vien donato all’uomo. Si avverte la forte empatia con l’elemento ambientale, la presa incisiva delle percezioni che la Nostra vive dal vedere fiori e alberi di varia natura con i quali è in grado di colloquiare e stabilire una relazione simpatetica. Esseri vegetali che prendono le prerogative umane, in taluni passi, a rimarcare questo sentimento di fratellenza e di abbraccio cosmico con l’ambiente dove, per dirlo con un verso della Nostra, “urge la vita”.

La tassonomia floristica è piuttosto ampia e variegata e testimonia anche la ricca biodiversità dei luoghi che la poetessa abita fisicamente o nel ricordo. Si va da roveti come sono quelli dei biancospini ad alberi da frutto tipici della stagione della rinascita quale il ciliegio, appunto e della maturazione, quale l’uva (non nominata ma presente nei “grappoli violetti”); ci sono poi il gelso e il re dei campi, il girasole, finanche la natura selvaggia, che imperitura nasce e invade spazi o contorna vialetti con le sue “erbacce incolte”. E poi le ortensie (che non sono quelle spudorate di Palazzeschi), fiore che viene innalzato al trono della “orgogliosa regina”, con il quale la poetessa gioca in un percorso tra piacevole sperdimento, creatività e intuizione: “la maturazione delle tue forme/ cercando d’indovinare i colori/ con cui saresti esplosa,/ magnifica fioritura” (poesia “Ortensie”). Il ciclo di ripartenza della natura e la sua esplosione in fiori e frutti è ben espresso nell’accezione dei “candidi corimbi” di cui si parla in “Profumo d’erba” quale espressione di crescita multipla, a grappolo, come fosse un inaspettato parto plurigemellare.

Un’attenzione tutta sua merita l’infiorescenza della magnolia tanto cara a Federico García Lorca (“Nessuno capiva il profumo/ dell’oscura magnolia del tuo ventreo./ Nessuno sapeva che martirizzavi/ un colibrì d’amore fra i tuoi denti”, in “Gacela del amor imprevisto”) che ha un processo vegetativo e floreale inverso rispetto ai comuni alberi da fiore: fiorisce e prospera nei suoi colori bianco con filamenti e gradazioni rosa fino al violetto quando la pianta all’apparenza è tecnicamente morta – ancora nella sua fase invernale – che la vede priva di foglie. Quando i grandi fiori perdono i vari petali (attività che dura effettivamente giorni ed è, come Lorca sosteneva, una sorta di “martirio”) che li compongono, rilasciando un piacevole sentore di buono, la pianta è pronta per rinascere e comincia a mettere le foglie. È uno dei pochi casi dove l’infiorescenza anticipa la fogliazione, che rende tale albero ancor più meraviglioso e oggetto di fantasie.

Loretta Fusco osserva la natura in ogni momento, ci consegna bozzetti dell’ambiente in vari momenti dell’anno (le stagioni) e del giorno (le fasi di luce), sempre con la stessa meraviglia verso quel mondo che, frenetico e incessabile, muta pur conservando la sua energia vitale. Ci sono varie poesie che potremmo definire paesaggistiche, quasi dei fermo-immagine, relativi al periodo autunnale dove l’immagine dei rami, ora contorti, ora secchi, ora spogliati del loro manto, fanno più volte capolino a testimonianza di un tempo di stasi che non è morte, ma che anticipa una letargia silenziosa che permetterà alle piante di riprendere il proprio percorso, in una maniera che non è sempre così veloce: “un filar di gelsi/ stenta la rinascita”.

Della natura avvizzita e residuale fanno parte anche le tante “foglie secche” di cui si parla in “Settembre” dove pure si assiste, un po’ per volta, a questa alopecia fogliare dove il fogliame s’appresta a lasciare la propria collocazione sospesa per occupare il lastricato, fisso, della terra dove diverranno poltiglia e futuro humus per la terra. Sono le “foglie/ mezze appese”, metafora – se vogliamo – di quelle esistenze decidue, indecise e tribolate, che si trovano a un difficile bivio, in un campo difficile di individuazione della possibile trama di soluzione o, in maniera più concreta, di esistenze ormai prossime alla fine, nel loro stato di vecchiaia e malattia, che si uniranno all’elemento terra e si ricongiungiranno all’ambiente. In questa natura di “foglie straziate” la poetessa rincorre quel sentimento di panica unione con l’elemento vegetale in un contesto di concordia diffusa e di pace interiore che solo il silenzio[1] può regalare. Condizione, questa, che spesso risulta macchiata dalla presenza antropica individuata nella poesia “Neve” nello “strepitio insulso delle voci”.

La presenza della fauna è garantita in via prevalente da esseri curiosi che, pur sapendo della loro presenza, spesso l’occhio non è in grado di vedere, testimoni indisturbati e forse felici, delle calde serate d’estate com’è per le cicale e le lucciole che, contrastivamente, vediamo accendersi di colpo nell’aria e difficilmente riusciamo ad afferrare. Sono animali che, proprio come l’uomo, hanno i propri comportamenti e i loro riti: le cicale spadroneggiano col loro verso da mattina a sera, amplificando la loro attività sonora nelle ore pomeridiane per tacere di notte, le lucciole – che nessuno sa dove siano di giorno – appaiono misteriosamente proprio quando “il verde si tin[g]e di nero” (poesia “Tramonto”).

 

La seconda sezione della raccolta ha a che fare con le introspezioni ovvero, secondo l’etimologia latina, col “guardare dentro”, infatti ci sono versi nei quali l’io lirico mostra di volersi staccare – seppur momentaneamente – dal mondo di fuori per restare a riflettere sull’esistenza e sul tempo che, inesorabile, trascorre. Risultano rilevanti, allora, le dimensioni del silenzio – che è pace pervasiva che contorna la nostra – e della ricerca inquieta del significato, delle ragioni, come in un percorso a ritroso nel tempo, in un campo di dilemmi che non danno spazio, “D’improvviso/ mi si dispiegavano i significati,/ arcani sin dall’inizio” scrive nella poesia “Arcano”. L’impatto nevralgico con il mondo non deriva – sembra dirci la Nostra – dalla ricezione e introiezione di realtà oggettive, date come sicure a cui si ricorre come facile bene di consumo – ma da colloqui intimi con il proprio subcosciente[2], in quel divario grigio (“Forse è perché nei giorni grigi/ che i pensieri traboccano” scrive in “Mattino”) che si estende tra la razionalità che ci fa uomini e responsabili, e quel campo indistinto di nevralgici timori, pensieri ricorrenti, dubbi inconfessabili, idee inesplicabili, tormenti che galleggiano. Difatti in “Dedicata” leggiamo: “Ci sono pensieri/ che non puoi governare/ […]/ Impossibile strapparli di dosso/ […] e possono visitarti quando vogliono”.

Il rapporto introspettivo che la persona ha con sé – che varia nel corso del tempo e nello spazio, a seconda di dati contesti emozionali – è qualcosa di unico e irripetibile che fa, la data persona, sola e distinguibile – nella sua intimità – da ciascun altro. È il proprio giardino che si cerca di curare, togliendo quelle erbacce di troppo o di rassettare – ascoltandone l’animo nelle stagioni più sferzanti – o di cercare di irrobustire lo stelo di qualche fiore che non ha retto del tutto al vento notturno. Molte donne, tra le quali Emily Dickins, Frances Hodgson Burnett e Vita Sackville-West, hanno messo in relazione due dei loro grandi amori che le ha contraddistinte per tutta la vita: la scrittura e la cura del giardino, appunto, entrambi campi di creazione e di colloquio con l’alterità. L’autrice de Il giardino segreto (1909) ebbe a confessare: “Amo tutto [dei giardini]. Amo zappare. Amo inginocchiarmi sull’erba ai margini di un’aiuola e staccare le erbacce con ferocia e gettarle in un mucchio al mio fianco. Mi piace lottare con quelle che rinascono nel giro di una notte e si schermiscono di me. Le sradico dalla radice più volte e me ne vado [soddisfatta] sentendomi come un esercito con gli stendardi levati”.[3]  L’introspezione, dunque, l’ascultazione di sé, si rivela di fondamentale importanza a partire anche da quel vasto universo di segnali, messaggi non colti, cifrature doppie, ipotizzabili casualità, occasioni tardive, le “illogiche scelte, / dolorose vie di fuga” (poesia “Falene”[4]), i rimorsi, le “stanze della memoria/ sbiadite,/ scolorate/ nelle crepe del tempo” (poesia “Canto della memoria”) e tutti quei prodotti dell’osservazione – cauta e meditata – del mondo e dell’altro: “Un sole abbagliante/ mi acceca la parola,/ annulla percezioni dolenti/ di natura sconosciuta./ Mi dispongo all’ascolto”.

 

Naturale evoluzione del difficile corollario delle tante elucubrazioni dalle quali la poetessa è pervasa e al contempo affranta – di una luce per lo più benigna, s’indente – è il nucleo di questo libro che attiene all’universo polimorfico e indescrivibile dell’amore. Tale sentimento – nelle varie forme di un ideale gradiente che va dal sincero affetto all’impeto erotico – è declinato in numerose forme a destinatari che, com’è nella filantropica natura della poetessa, intuiamo sia specifici (radicati in una sfera personale), finanche collettivi (per la loro umana validità e per la coralità degli intenti buoni e di fratellanza e di cosmica unione). L’amore si mostra da subito nella sua totalità: “Ti amo in tutti i modi/ in cui si può amare” scrive in “Eppure ti amo”. In quei “tutti i modi” la poetessa intende indirettamente coniugare l’attenzione verso le dimensioni di rispetto e condivisione tra persone, a voler intendere i modi leciti, che nascono da una responsabilità morale e di bene collettivo di intendere l’amore. Si tratta di una chiarificazione ovvia che, però, mi sento di fare alla luce soprattutto di una grande attenzione di Loretta Fusco verso le dinamiche dell’amore deviato che tanto spesso scrivono le cronache delle nostre giornate dove lo stupro[5], la violenza domestica e le relazioni della coppia che imbarbariscono fanno da padrone. In relazione a ciò vorrei anche ricordare che la poetessa nel si è aggiudicata un riconoscimento al Premio al Concorso Letterario “La pelle non dimentica”, contro la violenza di genere, promosso da Le Mezzelane Editore di Santa Maria Nuova. Alla violenza sessuale è dedicata anche la poesia “Desirée e le altre” nella quale la poetessa cita nell’implicit varie nomi di ragazze, vittime di efferati casi di femminicidio, in un testo che è un ribaltamento della fiaba felice dove di norma c’è il felice ricongiungimento alla situazione di partenza. Qui, in questo bosco infido che è il mondo cittadino, la vita degradata dei quartieri problematici, le ragazzine hanno perso l’innocenza (hanno “pupille dilatate e accese”) per inseguire un’esperienza irreversibilie (“la ricerca del tutto/ nell’ignoto”) che non le ha risparmiate dal baratro della violenza e dell’annullamento di sé: “il sorriso infantile/ nel gelo della morte”.

 

L’ultima partizione del libro ha a che vedere con l’attualità e col sentimento della poetessa mosso da una pervicace tensione sociale. Ciò era stato leggermente anticipato nella poesia “Mattino” nella quale la poetessa vestiva i difficili panni di analista della realtà sociale: “E vi racconto quanto è cambiato il mondo”. Le poesie che compongono questa sezione hanno a che vedere con un irrobustimento del tono dando luogo a attestazioni di sdegno e preoccupazione dove la denuncia – mai esibita né urlata – diviene il motivo primo. Sono componimenti dal potere incalcolabile che, oltre a farsi testimoni attenti di un’età rissosa e indecorosa com’è il nostro oggi, mettono in risalto dissidi diffusi, controversie ricorrenti, sistemi di lotta ed emarginazione, iniquità, debolezze che si acuiscono a dispetto di pance ingorde e di poltrone rosse dalle quali comandare. Le immagini che si riferiscono all’ambiente mostrano il loro deterioramento: non ci sono più fiori e angoli di natura ma oggetti inerti, metalli a descrivere un abitato che è fatto di freddezza e incomunicabilità (mi viene a mente la visione allucinata e distopica che García Lorca ebbe di New York nel 1929, durante la crisi per il crollo della Borsa anche se è un riferimento decontestualizzato e non proporzionale, ma le immagini di violenza, chiusura, disperazione, sono pressoché avvicinabili)[6], la poetessa parla di “lamiera arrugginita di un ponte” e di “umori putridi/ di giorni e giorni” in “Sogno”: sono le immagini-metafora di una consunzione patente, di un processo di marcescenza tanto dell’organico quanto dell’inorganico.

Tra le poesie civili ivi contenute vi sono testi dedicati (a Giulio Regeni e a Susanna Colussi, la straziata madre di Pier Paolo Pasolini) e brani infiammati dinanzi alle aberrazioni più ricorrenti di sevizie e torture che proiettano l’uomo (contemporaneo Kurtz di conradiana memoria) oltre la “linea dell’indicibile” (poesia “Oltre”) quali ad esempio il bombardamento in Siria con gas Sarin (“la morte cadeva dal cielo/ e non erano stelle” scrive la poetessa in “I morti di Idlib”) che mette fine a qualsiasi possibile – pur recondito – “rigurgito di pace”, sangue che imbratta il trapezio inarrivabile dell´utopia.

Il ricordo dell’universitario in Egitto scomparso nel 2016 è fulgido in quel suo forte e votato istinto verso la ricerca, dell’approfondimento, della verità, come un moderno investigatore in una terra inclemente: “il viaggio si fermava là, sul ciglio della strada/ torturato e ucciso per aver osato troppo/ infrangendo le leggi del silenzio”. Ed è in fondo – in modi diversi, con piste mai acclarate – il medesimo amaro epilogo di uno dei maggiori intellettuali del secolo scorso, il friulano (la stessa origine di Regeni e dell’autrice del libro) Pier Paolo Pasolini (1922-1975), dissoluto e polemico, il borgataro più noto, mente eccelsa e anima tribolata in una società retrograda e pregiudiziale. La morte violenta dell’autore di Ragazzi di vita (1955), con i suoi personaggi di una Roma popolare e balorda, è uno di quei lutti mai elaborati[7] (e che mai potrà esserlo in forma completa) nella letteratura come fu l’assassinio di Federico García Lorca (mi sia lecito citarlo nuovamente, per la fratellanza che percepisco nei suoi riguardi), stagione finale di un’esistenza turbolenta a metà tra i salotti buoni della Roma impegnata culturalmente e il vagabondaggio per le strade alla ricerca del soddisfacimento a quelle “inconfessabili pulsioni”. Il dolore di Susanna Colussi (1891-1981) per lo strazio dell’amato figlio è contenuto in “Casarsa” dove si legge: “guaivi di nascosto il tuo dolore/ per quel figlio dai grandi ideali/ assassinato nei suoi giorni più belli”; essa è un profondo atto di vicinanza e comprensione verso Susanna, la donna orfana del figlio, ancorata in uno strazio senza pari dopo l’imprevedibile morte di Pierpaolo, di proprio lui che, così intensamente attaccato a lei, le aveva dedicato l’amorosa “Supplica a mia madre”. Da quel testo arcinoto non è possibile non citare qualche verso: “Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,/ ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.// […] Sei insostituibile. Per questo è dannata/ alla solitudine la vita che mi hai data/[…]//Ho un’infinita fame/ d’amore, dell’amore di corpi senza anima”. Testimone di un martirio perpetuato verso un bohémien non del tutto compreso, stigmatizzato e silenziato con un’aggressione ferina di balordi che, in una volta sola hanno stroncato un innovatore e ostacolato la fiamma dell’amore per la vita. Ne sentiamo con schifo e delusione ancora oggi lo sprezzo per qual dilemma intorbidato da nebbie, parzialmente incolumi in un presente che ci obbliga a resistere ma che non ci propina gli strumenti per costruirci la corazza. Qui risiede il pensiero che – davvero – nella speranza che di rimbalzo a volte torna, contiene un canto sgraziato che urla il peccato e reclama i diritti di tutti. La dannazione, nel tracciato testamentario del poeta di Casarsa, ha le sembianze di un oblio che non dà certezza di una prosecuzione d’idee come ebbe a scrivere in “Una disperata vitalità” contenuta in Poesia in forma di rosa (1964): “La morte non è/ nel non poter comunicare/ ma nel non poter più esser compresi”. Ciò veste anche l’esperienza fraticida di Regeni e delle tante vittime di cui la Fusco parla nei suoi versi.  L’idea della morte – che, poi non è un’idea ma una verità inconfutabile e manifesta – è disprezzabile perché non dà forma di discendenza del pensiero. Tali versi di impronta civile si fanno assai sostanziosi in quel percorso di recupero del tempo e di conservazione e, al contempo, di riflessione e critica, nella direzione di un insegnamento che si recepisce a tappe, nelle incursioni della vita nostra e degli altri, per un avvicendamento continuo che lastrica la coscienza. I raggi del sole – una certezza debole che forse fortifica l’uomo -  l’accarezzano con garbo e l’indorano.

 

 

Lorenzo Spurio

 

 

Jesi, 07-03-2019



[1] Silenzio che in talune situazioni si auspica o che si ricerca per poter immergersi, appunto, in uno spazio tutto proprio nel quale l’assenza di rumori dall’ambiente e di fastidi di ciascuna natura, possa permettere una più facile o maggiore focalizzazione su se stessi. In altro contesto il silenzio può esser connotato negativamente, divenendo una camera stagna dove si amplifica un terrore dal quale si cerca di mettersi in salvo: “Il silenzio ha il colore nero della violenza,/ è subdolo,/ crudele,/ frustante/ quando si nutre del tuo io negato” (poesia “Silenzio”). È un silenzio doloroso quello che, come in questo caso, è il prodotto d’avanzo a una condizione di lontananza o abbandono che si è prodotta all’interno di una coppia.

[2] Per citare la Nostra è quella sfera che contiene “pensieri non puri/ [che] agitano la mente”; i “pensieri di morte”, le “ossessioni incontenibili” della poesia “Plenilunio” che in chiave sinottica è delineata come spazio dove “non c’è traccia di ragionevolezza”.

[3] Cit. in Lorenzo Spurio, Massimo Acciai, La metafora del giardino in letteratura, Faligi, Quart, 2011.

[4] L’immagine della farfalla nottura, della falena (“la falena diurna, appariva un duro destino” come scrive la Woolf) che spesso, per le sue dimensioni e per il fatto che si scaglia addosso alla persona battendo freneticamente le ali, è ricorrente nella produzione di Virginia Woolf a cui ha dedicato il saggio “The Death of the Moth” inserito nell’omonimo volume The Death of The Moth and Other Essays. La scrittrice ben londinese in questo breve brano ben traccia il carattere di mistero, la suggestione e la divagazione fisolofica ed esistenzialista che tale essere le procura: “c’era in lei qualcosa di meraviglioso e insieme patetico. Era come se qualcuno avesse preso una minuscola perla di pura vita e, avendola rivestita con tutta la leggerezza possibile di piume e lanugine, la facessa danzare e zigzagare per mostrarci la vera natura della vita. […] Il pensiero [ritornava a] ciò che avrebbe potuto essere quella vita se fosse nata in altra forma induceva a seguirne i movimenti stentati con qualche sorta di pietà”. (Traduzione dell’originale di Anna Nadotti).

[5] La poetessa dedica una poesia a tale azione nefanda nella quale parla dello “scempio/ sul […] corpo di donna”, di “un destino maledetto/ […] schiavitù perenne,/ giogo insano/ […] sopraffazione” nella poesia “Stupro” facente parte della sezione che contiene le poesie civili. La chiusa della lirica – tremenda e rivoltante – descrive il bieco gesto dell’uomo non solo come contaminazione del fiore più bello ma come un lutto della natura stessa: “Tra cocci di vetro e/ bianchi gigli selvatici,/ passata dalla luce al buio/ nel risucchio del ventre della terra”. Quel risucchio ha un´eco che fa male e che rimbomba (in chi sa udire).

[6] Mi riferisco ai testi pubblicati, solo dopo la morte del poeta, da un editore messicano nel 1940 sotto il titolo di Poeta en Nueva York contenente, appunto, le poesie scritte da Lorca durante il suo periodo negli Stati Uniti negli anni 1929-1930.

[7] Il poeta è come se non fosse morto, dato l’interesse e l’amore che da sempre si sono rivolti verso di lui dal suo decesso fisico sino ad oggi. E lo è, forse, perché i suoi lettori, i suoi chiosatori e studiosi, i promotori culturali che lo celebrano, studiano e ricordano, ricambiano ancora, con genuinità e passione, quella sua “infinita fame d’amore” di cui scriveva nella celebre “Supplica a mia madre”. Così – per lo meno – è bello pensare.

Premio letterario Kafka (Udine) Premio speciale della giuria per il romanzo "Teresa e Blanca