Poetesse dimenticate

 

Per la Rivista Euterpe il mio articolo su Piera Oppezzo a pag. 47

 

https://drive.google.com/file/d/19lWCzaVsnxZNRexyDrFtBI5HiamBZUBm/view

 

PIERA OPPEZZO - UNA FERMA UTOPIA

 

“…Allora compio l’atto di scrivere che è l’atto principale che ritengo di dover compiere. Evidentemente a suo tempo ho deciso che era mio compito. Da allora ho questo impegno. Per cui non si tratta mai di scrivere una certa poesia ma di fare poesia. Questo fare poesia può avere un centro diverso nei diversi periodi, è comunque un centro che alimento e definisco –tolgo all’indistinto- scrivendo. E così posso quindi dire: niente mi ispira. Il poetico è un equivoco che detta sentimenti equivoci, sentimenti sentimentali…. Scrivo per decisione di scrivere… E’ darmi questo compito che è stata una ispirazione. Forse attingo da lì”.

Da un’intervista di Paola Redaelli pubblicata su LAPIS ( Milano, giugno 1989)

“Nella vita, o si vive o si scrive” affermava Piera Oppezzo, grande poetessa italiana vissuta a cavallo degli anni di piombo, quasi fosse un imperativo da seguire.

Ma chi era Piera Oppezzo e da cosa scaturiva tanta caparbietà e volontà decisionale, lei nata in una famiglia poverissima, impossibilitata a seguire la sua vocazione, saccheggiata dalla famiglia che la privò di qualsiasi ambizione letteraria, alla quale sopravvisse nonostante tutto? Giovanissima fece mille mestieri per potersi mantenere: sarta, commessa, dattilografa alla Rai. Autodidatta amava Emily Dickinson e Marina Cvetaeva, due donne che forse le assomigliavano per il carattere schivo. Alla Rai entrò in contatto con intellettuali del calibro di Vincenzo Cardarelli che pubblicò alcune sue poesie nella rivista la “Fiera Letteraria”. Intorno agli anni ‘60 si spostò da Torino a Milano, poco si sa della sua vita, non amava parlare di sé. Quello che è certo è che iniziò allora la sua ricerca poetica, l’allargamento degli orizzonti, l’inclusione del femminismo e della politica tra i suoi temi. Furono forse i suoi anni migliori, quelli di una ferma utopia che la vide produrre versi contenenti una luminosa speranza. Tra le tante cose fatte, la creazione di un collettivo di donne dal nome ”Pentole e fornelli” che portò in giro per l’Italia uno spettacolo in cui Piera cantava a recitava poesie.  

Fu una parentesi. La sua attrazione per la scrittura la portò a scrivere il romanzo “Minuto per Minuto”, in cui registra puntualmente, in modo quasi maniacale, una giornata di meccanismi ossessivi nella loro ripetitività.

Per riuscire a mantenersi fu traduttrice e correttrice di bozze.

Tra le opere maggiori vanno ricordate “Le strade di Melanchta”, il romanzo breve “A note legate”, le sue poesie presenti in numerose riviste letterarie.

Gli ultimi anni della sua vita la videro sempre più isolarsi, allontanandosi dal mondo. La sua vocazione all’infelicità aveva avuto la meglio. Dopo un incidente domestico fu ricoverata in ospedale e da lì al convalescenziario di Miazzina sul lago Maggiore dove morì il 19 dicembre 2009.

Probabilmente questa grande poetessa fu votata all’infelicità suo malgrado. L’infanzia difficile non poteva non condizionarla ma lei trovò, e lo dice nella sua poesia, la forza per non lasciarsi sopraffare e sopravvivere a se stessa.

 

La grande paura

La storia della mia persona
è la storia di una grande paura
di essere me stessa,
contrapposta alla paura di perdere me stessa,
contrapposta alla paura della paura.

Non poteva essere diversamente:
nell’apprensione si perde la memoria,
nella sottomissione tutto.

Non poteva
la mia infanzia,
saccheggiata dalla famiglia,
consentirmi una maturità stabile, concreta.
Né la mia vita isolata
consentirmi qualcosa di meno fragile
di questo dibattermi tra ansie e incertezze.

All’infanzia sono sopravvissuta,
all’età adulta sono sopravvissuta.
Quasi niente rispetto alla vita.
Sono sopravvissuta, però.
E adesso, tra le rovine del mio essere,
qualcosa, una ferma utopia, sta per fiorire.

Donne in poesia - (Savelli 1976)

La sua determinazione per uscire da una situazione penalizzante e mortificante appare fortemente meritoria  riuscendo,  da autodidatta, a superare il gap culturale dovuto alle sue modestissime origini.

Come afferma il critico letterario Sebastiano Triulzi, nella vita di Piera Oppezzo possiamo individuare tre tempi che costituiscono la sua parabola di vita e letteraria.

Un inizio paralizzante, seguito da una ferma utopia, calda e rassicurante, e l’ultimo, il più terribile, la chiusura totale che smorzò in lei qualsiasi rigurgito vitale.

La ferma utopia è il punto più luminoso della sua vita, la fede in certi ideali che proseguì anche quando chi, una volta concluso il periodo di lotta, entrò nel sistema prima avversato. Per lei continuò anche dopo, perché una volta sbocciata, l’utopia doveva rimanere tale.

Ciò che fiaccherà il suo spirito combattente sarà l’alienazione di una vita inautentica spesa nella città industriale in un anonimo ufficio, otto ore di gesti e azioni ripetitive fino alla  nausea che descrisse in modo lucido e spietato in Minuto per Minuto.

 

 

«otto più otto più otto più otto e così via» «Ma è proprio questo il centro del dramma, Questo senso dello spreco di sé, continuo. A vita»; «Anche per oggi, la giornata ve la regalo proprio tutta»; «Niente altro che questo scoglio: il lavoro. Assurdo tuffarsi nel futuro. Domani è già il futuro. E che cosa avrebbe fatto, domani? Dove sarebbe stata? Qui». Da “Minuto per Minuto.

 

Il suo non è solo un malessere personale ma diventa specchio di un’intera società.

 

[…]si può vagabondare sempre

anche chiudendo la porta di casa

non è vero che non c’è nessuno

ci sono io ho capito

mi state inseguendo

dice a qualcun altro che insiste per sapere.

 

 

In questa poesia da: “In una forma definita” si percepisce  tutto il suo dramma esistenziale.

 

 

Mi piegano con ordine

 

Tiro su la persiana
mi guardo tutto il sole possibile
e con noiosa curiosità osservo la strada.
Il traffico è così dentro di me
che è come se fosse il mio sguardo
a distribuirlo sulle due corsie.

A questo punto mi sento invadente:
una frenata con freni che stridono
un clacson troppo acuto
un sorpasso dopo l’altro, imprudente.

Si guida con calma, non con passione.
E partendo da questo pretesto
che è inutile correre
perché tanto poi c’è il semaforo rosso,
mi piegano con ordine
secondo le possibilità delle mie articolazioni
schiacciandomi il cuore.

Io, velocemente, passo tutto al cervello
ma nel frattempo il sangue mi è salito alla testa
che adesso mi trasmette un ronzio affannoso
insieme ai colpi del cuore
che lo hanno raggiunto.
Volendo potrebbe sembrare un dialogo
invece è solo una schiacciante emozione.

  

 

14. Mar, 2021

Un viaggio chiamato amore

"...Forse Dino fu l'uomo che più amai..."
"...Tutta la sera m'è ondeggiata alla memoria, l'immagine di lui, della 
sua pazzia, e di quel altipiano deserto, in quelle prime poche notti 
estive del nostro amore che son rimaste le più pervase d'infinito ch'io 
abbia vissuto..."

(Diario di una donna) Sibilla Aleramo

Non si saprà mai se quello tra Dino Campana e Sibilla Aleramo fosse vero amore o la spinta di una forza autodistruttrice che li legò per due brevi, intensissimi anni,  fino a quando Campana, preda della malattia mentale, venne definitivamente internato in manicomio dove concluse giorni e tormenti.

Su questa breve ma tempestosa relazione si è molto discettato e altrettanto fiorito ma nessuno è riuscito a cogliere fino in fondo gli impulsi passionali che spinsero i due amanti a folli carteggi amorosi dove desiderio e respingimento diventarono un gioco al massacro tanto più sottile e crudele  quanto più lusinghe, botte e insulti  si alternavano in un crescendo continuo fino al successivo incontro scontro.

Nel progressivo inesorabile peggioramento della malattia di Dino, una forma di pazzia dovuta alla contrazione della sifilide per i suoi tanti contatti mercenari, contribuì senz’altro il bisogno di protagonismo assoluto di Sibilla, donna bellissima, eccessiva, che si servì della sua seduzione come arma di riscatto nei confronti di una società ipocrita e beghina sullo sfondo di un  inizio novecento caratterizzato dai nascenti fermenti sociali che di lì a breve sarebbero sfociati nella grande guerra.

 Lei, fiera e altera, con un insopprimible desiderio di uscire dai confini di un ambiente gretto e meschino, reagì a una violenza subita a soli quindici anni ribellandosi a regole e convenzioni che la vollero sposa dell’uomo che aveva abusato di lei.  

Esordì nel 1906 con il romanzo autobiografico Una donna che la consacrò come scrittrice, ma definirlo romanzo è riduttivo in quanto  apparì sin da subito un accorato appello, il manifesto di un femminismo ancora in germe della quale lei fu antesignana diventando un punto di riferimento nella lotta per l’emancipazione femminile.

Per cercare di capire almeno in parte le motivazioni di questo incontro, per tanti aspetti devastante, occorre fare riferimento al periodo storico e letterario in cui i due vissero e consumarono la loro storia d’amore.

Entrambi provenienti da ambienti provinciali, dotati di grande talento letterario, si cercarono, o meglio lei cercò lui, incantata  dalla sua vibrante poesia e  già il primo incontro si rivelò un’attrazione fatale.

Vogliamo intanto vederci per un giorno a Marradi? –Se non v’annoia troppo, se non siete troppo lontano. Io potrei venire, mettiamo, mercoledì o giovedì, col primo treno (8,55) e voi dirmi dove m’aspettereste. Credo che ci si riconoscerebbe facilmente. Mi racconterete a voce quali altri tic bisogna perdonarvi, oltre a quelli che bisogna ignorare. Uomo diffidente!
Sibilla”

Dino Campana che nei Canti Orfici, aveva raggiunto punte di lirica altissima non ebbe mai  la fama che forse lui si aspettava e viveva questa sua condizione di emarginato con estrema frustrazione  accentuata anche da segni di irrequietezza  che forse furono  la cifra distintiva della sua purissima poesia.

Sibilla fu la sua prima donna, non aveva amato nessuna come lei e cadde sotto il peso di un amore che la sua instabilità psichica e l'incontrollabile gelosia gli impedirono di vivere.

Questo  viaggio chiamato amore  affidato a un carteggio di cui Sibilla  autorizzerà la pubblicazione solo due anni prima di morire, percorre tutte le fasi del loro delirio amoroso in quel  rincorrersi forsennato su e giù per la penisola, a testimoniare la potenza di un amore idealizzato e che entrambi cercavano, affamati di emozioni  forse come compensazione alle tante sconfitte della vita.

 

In un momento

Sono sfiorite le rose

I petali caduti

Perché io non potevo dimenticare le rose

Le cercavamo insieme

Abbiamo trovato delle rose

Erano le sue rose erano le mie rose

Questo viaggio chiamavamo amore

Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose

Che brillavano un momento al sole del mattino

Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi

Le rose che non erano le nostre rose

Le mie rose le sue rose.

 

P.S. E così dimenticammo le rose.

 

Dino Campana a Sibilla Aleramo, 1917

Chiudo il tuo libro,
snodo le mie trecce,
o cuor selvaggio,
musico cuore...

con la tua vita intera
sei nei miei canti
come un addio a me.

Smarrivamo gli occhi negli stessi cieli,
meravigliati e violenti con stesso ritmo andavamo,

liberi singhiozzando, senza mai vederci,
né mai saperci, con notturni occhi.

Or nei tuoi canti
la tua vita intera
è come un addio a me.

Cuor selvaggio,
musico cuore,
chiudo il tuo libro,
le mie trecce snodo.

 

(Sibilla Aleramo a Dino Campana, Mugello, 1916)